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Una grande tristezza era nella casa; anche Giovanna impallidiva, e s’era fatta seria; non più i gai discorsi d’una volta, gli scherzi, le risate, le raccolte letture nel salottino da pranzo.

Quando donna Francesca si ritirava, Giovanna restava sola, e ricordando anch’essa i bei giorni trascorsi forse per sempre, singhiozzava segretamente; pareva che la giovinezza fosse finita per le due fanciulle, che il rimpianto di un bene perduto inesorabilmente gravasse sui loro pensieri, davanti all’immagine della morte.

Un giorno in cui Elena si sentiva un po’ bene accadde un fatto insolito; le fu cioè recata una citazione dal Tribunale, per testimonianza in causa penale.

— Che significa? — disse inquieta. — Forse c’è errore di nome.

— No, è per te veramente. Me ne ha parlato Carta-Selix — disse Cosimo.

Elena passò una giornata, più triste del solito; si esaminava su tutto quanto poteva aver veduto o sentito, ma non ricordava nulla che spiegasse la citazione. Era per il quindici gennaio.

— Io sto male, io non ci vado — disse Elena.

Cosimo fece eseguire un certificato medico, e fu stabilito che venisse interrogata a casa.

La mattina del quindici gennaio fu acceso il fuoco nel caminetto del salotto, ed Elena, vestita di bianco, vi si assise davanti, tremando leggermente e tendendo le mani sottili alla fiamma.