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canto; immediatamente si mise a cercar stracci per asciugar il pavimento, mentre Costanza, tremando nervosamente, non sapeva dir altro che: — Vile! vile! — tanto per Cicchedda che per zio Salvatore.

Egli, ritto in mezzo a quel piccolo mare, un po’ sbalordito dalla sua prodezza (in venti anni era la prima battaglia decisiva vinta contro sua moglie), già roso dal rimorso, vista la faccia stravolta di Cicchedda, se la prese subito con lei.

La ingiuriò ferocemente, poi stese un braccio gridando: — Fuori, subito fuori! — I suoi occhi brillavano come quelli d’un gatto rabbioso, e Cicchedda ne ebbe paura. Ella disse qualche cosa, ma non ricordò mai quel che disse. Vide zia Agada che, raccogliendosi le sottane fra le gambe, si chinava per asciugare il pavimento con uno straccio, e Costanza che aggirandosi su sè stessa diceva sempre: — Vile! Vile!

Poi ebbe l’impressione delle minacce di Salvatore Brindis, che la spingevano a saltar la scala, quattro gradini per volta. E senza saper come, nè perchè, si trovò sulla viuzza, singhiozzando senza lagrime.

Nell’alto cielo d’un azzurro pallido e trasparente le stelle tremavano come lontani fuochi d’argento; un cantico sardo saliva melanconico e sonoro; ed ella, scalza ed in maniche di camicia, senza letto, nè famiglia, cominciò ad errare senza meta nè rifugio, camminando silen-