Pagina:Il tesoro.djvu/139


— 129 —


gno: voleva soltanto esser rispettata; sentiva una specie di fiera e selvaggia dignità, risvegliatasi a un tratto, per cui ora gli scherzi di Salvatore Brindis la pungevano come spilli arroventati. Che ella diventasse di giorno in giorno più alta e ben fatta, e pulita e bianca, che il modo con cui si tirava le maniche della camicia sulle bretelle del corsetto le desse un’eleganza tutta speciale, che restasse a testa nuda e la sua treccia attortigliata fosse bionda come la stoppia del grano, poco importava a Salvatore Brindis. Egli continuava a scherzare; egli, sempre per burla, diceva le più curiose ingiurie a tutti i suoi conoscenti; e prima di tutti a sua moglie; ma Cicchedda non voleva persuadersi che ciò era un segno di affetto, e pensava sempre fissamente al modo di procurarsi una ciocca viva dei capelli d’Alessio, per bruciarla e farla bere al padrone.

Veramente aveva un pensiero più fisso e tormentoso di questo, ma il desiderio di riuscire a far l’intruglio magico per zio Salvatore non era poca cosa.

Ora, grandemente difficile era l’impresa dei capelli. Alessio si pettinava ogni giorno, e sarebbe stato facile raccogliere i capelli che gli cadevano; ma no, bisognava che quelli destinati alla bella bevanda, fossero tagliati appositamente, con la precisa intenzione d’adoprarli a tal uso, e con