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Appena fu uscita sentì la maga rifare il canto lugubre del gallo.

— Un malaugurio? — pensò tristemente.

Scesa nel cortile, Costanza le disse che la sorda desiderava il suo grembiale.

— E daglielo dunque! Ne hai tanti!

— Volevo darle denari....

— Ma che denari. Dà il grembiale a queste poverette.

Costanza se lo lasciò prendere, ma giunta sulla via se ne dolse; e si avviarono entrambe silenziose, come pentite della visita fatta.

All’imbrunire zia Agada le attendeva ancora, seduta sotto il portico con in grembo il piccolo Domenico, a cui voleva insegnar l’Ave Maria. Ma il bimbo le badava poco; aveva un’allegra parlantina e non stava fermo un minuto.

— Dov’è andata Cicchedda! — domandava ogni tanto. — Voglio Cicchedda e il pulcino e la tortorella.

— Sta quieto e impara: altrimenti vai all’inferno. Dio ti salvi, o Maria....

— Il pulcino, la tortorella....

— Ma che pulcino, ma che tortorella. Sta fermo e impara. Dio ti salvi....

— Nossignore! — esclamò alfine il bimbo con tono imperioso. — Voglio il pulcino, Cicchedda mi ha detto di portarmi un pulcino e una tortorella. Dov’è Cicchedda, perchè non ritorna?

— Ritornerà subito, cuoricino mio, non far da