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acuito da una vanità; poichè, sopra tutto, egli si rammaricava che uno squisito apparato d’amore andasse perduto senza effetto alcuno.

Là dentro, il freddo era temperato del calore continuo che esalavano i tubi di metallo pieni d’acqua bollente. Un fascio di rose bianche, nivee, lunari, posava su la tavoletta d’innanzi al sedile. Una pelle d’orso bianco teneva calde le ginocchia. La ricerca d’una specie di Symphonie en blanc majeur era manifesta in molte altre particolarità. Come il re Francesco I sul vetro della finestra, il conte d’Ugenta aveva inciso di sua mano sul vetro dello sportello un galante motto che, nell’appannatura fatta dall’alito, pareva brillare su una lastra di opale:


Pro amore curriculum
Pro amore cubiculum.


E per la terza volta le ore sonarono. Mancavano a mezzanotte quindici minuti. L’aspettazione durava da troppo tempo: Andrea si stancava e s’irritava. Nell’appartamento abitato da Elena, nelle finestre dell’ala sinistra non vedevasi altro lume che quello esterno della luna. ― Sarebbe dunque venuta? E in che modo? Di nascosto? O con qual pretesto? Lord Heathfield era, certo, a Roma. Come avrebbe ella giustificata la sua assenza notturna? ― Di nuovo, insorsero nell’animo dell’antico amante le acri curiosità intorno le relazioni che correvano tra Elena e il marito, intorno i loro legami conjugali, intorno il loro modo di vivere in comune, nella medesima casa. Di nuovo, la gelosia lo