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lacrime! Mi sento meno oppressa, meno riarsa, più fidente. E provo una tenerezza indicibile nel ripetere da me sola l’Ultima Passeggiata, mentre Delfina dorme felice di tutti i folli baci che le ho dati nella faccia e mentre sorridono su’ vetri le malinconie della luna che dianzi mi ha vista piangere.


8 ottobre. ― Questa notte ho dormito? Ho vegliato? Io non so dirlo.

Oscuramente, a traverso il mio cervello, come ombre spesse, guizzavano terribili pensieri, imagini di dolore insostenibili; e il mio cuore aveva urti e sussulti improvvisi, e io mi ritrovava con gli occhi aperti nelle tenebre, senza sapere se uscivo da un sogno o se fino allora ero stata desta a pensare e a imaginare. E questa specie di dubbio dormiveglia, assai più torturante dell’insonnio durava, durava, durava.

Nondimeno, quando ho udita la voce matutina di mia figlia chiamarmi, non ho risposto; ho finto di dormire profondamente, per non levarmi, per rimanere ancora là, per temporeggiare, per allontanare ancora un poco da me l’inesorabile certezza delle realità necessarie. Le torture del pensiero e dell’imaginazione mi parevano pur sempre men crudeli delle torture imprevedibili che in questi due ultimi giorni mi prepara la vita.

Dopo poco, Delfina è venuta in punta di piedi, trattenendo il respiro, a guardarmi; e ha detto a Dorothy, con una voce mossa da un gentile tremito: ― Come dorme! Non la svegliamo.