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le cantassi alcune parti dei Frauenliebe di Roberto Schumann. Che contrasti!

Francesca non è più gaja, come una volta, com’era anche ai primi giorni della mia dimora qui. Spesso, ella è pensosa; quando ride, quando scherza, la sua gajezza mi sembra artificiale. Le ho chiesto: ― Hai qualche pensiero che ti tormenta? ― Ella mi ha risposto, mostrando di meravigliarsi: ― Perchè? Io ho soggiunto: ― Ti vedo un po’ triste. ― Ed ella: ― Triste? Oh no; t’inganni. ― Ed ha riso, ma d’un riso involontariamente amaro.

Questa cosa mi affligge e mi dà una inquietudine vaga.

Andremo dunque domani a Vicomìle, dopo mezzogiorno. Egli mi ha domandato:— Avreste forza di venire a cavallo? A cavallo potremmo traversare tutta la pineta...

Poi anche mi ha detto:— Rileggete, tra le liriche dello Shelley a Jane, la Recollection.

Dunque andremo a cavallo; verrà a cavallo anche Francesca. Gli altri, compresa Delfina, verranno in mail-coach.

In che disposizion di spirito strana mi trovo io stasera! Ho come un’ira sorda e acre in fondo al cuore, e non so perchè; ho come una insofferenza di me e della mia vita e di tutto. L’eccitazion nervosa è così forte che mi prende di tratto in tratto un pazzo impeto di gridare, di ficcarmi le unghie nella carne, di rompermi le dita contro la parete, di provocare un qualunque spasimo materiale per sottrarmi a questo insopportabile malessere interiore, a questo insopportabile affanno. Mi par d’avere un