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spalle appoggiate alla base del simulacro, con la faccia rivolta al mare. D’innanzi a lui, certi fusti, diritti e digradanti come le canne della fistola di Pane, secavano l’oltramarino; intorno, li acanti aprivano con sovrana eleganza i cesti delle loro foglie, intagliate simetricamente come nel capitello di Callimaco.

I versi di Salmace nella Favola d’Ermafrodito gli vennero alla memoria.

“Nobili acanti, o voi ne le terrestri
selve indizi di pace, alte corone,
di pura forma; o voi, snelli canestri
che il Silenzio con lieve man compone
a raccogliere il fiore de’ silvestri
Sogni, qual mai virtù su 'l bel garzone
versaste da le foglie oscura e dolce?
Ei dorme, nudo; e il braccio il capo folce.„


Altri versi gli vennero alla memoria, altri ancora, altri ancora, tumultuariamente. La sua anima si empì tutta d’una musica di rime e di sillabe ritmiche. Egli gioiva; quella spontanea improvvisa agitazion poetica gli dava un inesprimibile diletto. Egli ascoltava in sè medesimo que’ suoni, compiacendosi delle ricche imagini, degli epiteti esatti, delle metafore lucide, delle armonie ricercate, delle squisite combinazioni di iati e di dieresi, di tutte le più sottili raffinatezze che variavano il suo stile e la sua metrica, di tutti i misteriosi artifizii dell’endecasillabo appresi dagli ammirabili poeti del XIV secolo e in ispecie dal Petrarca. La magia del verso gli soggiogò di nuovo lo spirito; e l’emistichio sentenziale d’un poeta contemporaneo