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d’oro. Cavalcavano in silenzio, poichè la tristezza di Elena erasi comunicata all’amante. D’innanzi a Santa Sabina, questi fermò il baio, dicendo:

― Ti ricordi?

Alcune galline, che beccavano in pace tra i ciuffi d’erba, si dispersero ai latrati di Famulus. Lo spiazzo, invaso dalle gramigne, era tranquillo e modesto come il sagrato d’un villaggio; ma i muri avevano quella luminosità singolare che riflettesi dagli edifizi di Roma “nell’ora di Tiziano„.

Elena anche sostò.

― Come pare lontano, quel giorno! ― disse, con un po’ di tremito nella voce.

In fatti, quella memoria si perdeva nel tempo indefinitamente, quasi che il loro amore durasse da molti mesi, da molti anni. Le parole di Elena avevano suscitato nell’animo di Andrea la strana illusione e, insieme, una inquietudine. Elena si mise a ricordare tutte le particolarità di quella visita, fatta in un pomeriggio di gennaio, sotto un sole primaverile. Si diffondeva nelle minuzie, insistendo; e di tratto in tratto interrompevasi come chi segua, oltre le sue parole, un pensiero non espresso. Andrea credè sentire nella voce di lei il rimpianto. ― Che rimpiangeva ella mai? Il loro amore non vedeva d’innanzi a sè giorni anche più dolci? La primavera non teneva già Roma? ― Egli, perplesso, quasi non l’ascoltava più. I cavalli scendevano, al passo, l’uno a fianco dell’altro, talvolta respirando forte dalle froge o accostando i musi come per confidarsi un secreto. Famulus andava su e giù, in perpetua corsa.