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Michele Duca) ad un cipresso1. E queste medesime idee di grazia e di bellezza attribuita al cipresso risultar pure sembrano da quell’altra favola, di cui una sola fuggitiva menzione, e poco fin qui illustrata, trovasi nella collezione de’ greci geoponici. Secondo una tale tradizione, il mito del cipresso sarebbe stato tebano. Le κυπάρισσοι dette anche χάριτες per la bellezza delle loro forme, sarebbero state figliuole di Eteocle, che danzando a gara colle Dee (ciò che dee forse intendere delle Ninfe) cadute in un pozzo, per pietà dalla Terra furono cangiate nelle piante del nome medesimo2.

Porremo termine a queste nostre osservazioni col notare che i sacri boschi di cipresso benché per lo più consacrati ad Apollo, o al Sole, trovansi spesso ancora messi in relazione con altre divinità3. Cosi nel solo Pausania troviamo menzione di quello detto Craneo presso Corinto, nel quale erano i templi di Bellerofonte, e di Aphrodite Melaenis, ed il sepolcro di Laide4; di altro bosco di vetusti cipressi ch’era in Titane nel recinto di

  1. Alexiad. lib. III p. 74.
  2. Geopon. lib. XI c. 4. Può osservarsi che anche i mirti ricevevano il nome di charites. Vedi Eustazio, Didimo, e lo scoliaste villoisoniano ad Iliad. v. 51. I cipressi, ch’erano presso al sepolcro di Alcmeone figlio di Amfiarao in Psofide, dicevansi παρθένοι, perchè riputandosi sacri ad Alcraeone, nulla se ne recideva. Vedi Pausania lib. VIII cap. 34, ed ivi il Siebelis.
  3. In un frammento di Ermippo conservato da Ateneo (epit. lib. I p. 27 Dalech.) parlandosi delle più pregiate cose che producevansi nelle diverse regioni, il cipresso si addita come sacro in generale agli Dei: Ἠ δὲ καλὴ Κρήτη κυπάριττον τοῖσι θεοῖσιν
  4. Lib. II cap. 2.