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indolente ma nervosa l’odor di pantigane che impregnava l’aria.

Uno degli uomini che si rimboccava su i calzoni a sforzo, perchè la dura coscia non voleva cedere, alzò gli occhi, guardandomi.

Vila era lassù, in piedi, sui tronchi squadrati che reggevano i tini. Era dritta e fresca, nella sua camicia rossa, e mi sorrise.

Io ero un timido bimbo. E lei mi disse piano: ― La salti su.

I bei grappoli pieni che avevamo colti ieri si pigiavano nel tino. Spilluccammo i grani più grossi, stufi d’uva. Mi dette un grano tondo, grosso come una noce, limpido.

Disse: ― La guardi che man che go! ― Piccole, ma di pelle callosa, tagliuzzata alla punta delle dita, nera di pentole, le unghie rosicchiate. Disse poi: ― Lei la ga bele man. ― Poi gridò: ― Ala, Toni, scuminziemo!

Lo zio di Vila, il padron di casa, pulì un bicchiere con la fodera della giacca e m’offrì da bere. Bevvi.

Zappavano l’uva, curvi, aggrappati sull’orlo del tino, anelando come i taglialegna. Le gambe pelose, rosse, alternavan la battuta con frenesia, e il tino si squassava sotto i colpi. Gli acini e i gusci e il succo schizzavano tra le larghe dita dei piedi. Vila stava dritta, tenendosi sul tino. Le sue unghie eran diventate rosse.

Poi le gambe degli zappatori scomparvero fino alla coscia nello sguazzacchio vinoso. Il doppio colpo divenne metodico, come di stantuffo. Pesante e uguale.

Lo zio di Vila beveva, radendosi il succo dai mustacchi setolosi con il dorso della mano. Il suo grifo era rosso.