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vide che come era spregevole, tanto era crudele. Un tentativo d’insurrezione nella città di Cosenza e di Salerno fu letteralmente soffocato nel sangue. Per ordine di Del Carretto, alter ego del re, la piccola città di Bosco fu cannoneggiata sino a ridurla in ruine, e fu sul suo luogo innalzata una colonna d’infamia. Si dice fossero gli ultimi giorni di Francesco tormentati da vani rimorsi. Morì nel 1830 lasciando a Ferdinando, il Re presente, un Regno degradato, depauperato e profondamente scontento.

«I primi atti del giovane Ferdinando (aveva appena vent’anni) furono di buon augurio. La maggior parte dei ministri, creature e favoriti del Re morto, vennero a grado a grado licenziati, e Viglia mandato via. Si stabilirono giorni di udienza pubblica, e Ferdinando pubblicò un Manifesto, per cui dichiarava essere sua intenzione di rimettere in ordine le finanze dilapidate del Regno. Questi atti molto gradì il popolo. Nè la Sicilia rimase priva della sua parte di promesse. Intenzione era del Re, come distintamente si esprimeva il Manifesto, «di procurar sanare le piaghe, fatte alla Sicilia dal padre e dall’avolo suo.» La dimissione del marchese della Favara, luogotenente-generale dell’Isola, uomo universalmente odiato, e la nomina in sua vece del conte di Siracusa, fratello di Sua Maestà, lasciò credere ai buoni isolani che il nuovo Sovrano dicesse davvero. Per mala sorte il seguito non corrispose al principio: quello che era sembrato schietto amor di giustizia, non era in realtà se non astuzia di Re; chè tuttavia durava in Europa l’effetto della rivoluzione di luglio in Francia; ed era il Re abbastanza savio, per vedere come convenisse calmare e conciliare il popolo ancora scontento per l’ignobile mal governo di Francesco.

«Diminuendo bensì il pericolo, riprese tosto il Re la sua naturale disposizione. Il primo sintomo della reazione nella mente di Ferdinando fu la nomina a ministro di polizia di Del Carretto, lo sterminatore di Bosco. Egli e monsignor Cocle confessore del Re, acquistarono presto un completo predominio sul giovane monarca, e il gesuitismo e la polizia diventarono tosto le due pietre angolari dello Stato1.

  1. Negli anni seguenti il Re divenne tanto infatuato di quest’ordine celebre da nominare con reale decreto il suo fondatore sant’Ignazio di Loiola, maresciallo di campo dell’esercito, colla paga e gli assegnamenti annessi al grado. Il danaro fu effettivamente pagato alla Casa Primaria dei Gesuiti in Napoli. Vedi Gli ultimi rivolgimenti italiani. Memorie Storiche di F. A. Gualterio, vol. IV, cap. XLIX, pag. 75, Firenze. Felice Le Monnier, 1852.