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che non s’impone da per se, ma aspetta chi la chiami, che dà, non per levarsi d’intorno il bisognoso, ma per non lasciarlo più, non a fomentar l’ozio e l’accatteria, ma per insegnare e aitare anzi il povero a provveder da se stesso, carità che non lascia rossore e avvilimento, ma riconoscenza e coraggio e fede nel bene, oh allora anch’io imparai benedire a una istituzione figlia d’un uomo, che ben a ragione fu detto il più grande del suo secolo e il primo vero filosofo di sua nazione, una istituzione intesa ad accomunare e affratellare tra loro due grandi classi della umana famiglia, che fin qui guardavansi come nemiche; allora imparai a conoscere, che la prima opinione da tenersi è quella, d’essere uomo fra uomini, cristiano fra cristiani, e il partito migliore quello del beneficare, perchè non avversato mai da reità d’uomini o di tempi.

Forse da qualcuno non troppo a me benevolo si potrà più o meno ridere e motteggiare sulla opportunità e sincerità di queste parole; o forse mi si farà la cortesia di considerarle come vanitosa ostentazione di sentimento. Ma quantunque il sorriso e i motteggi, che i beffardi sogliono mandar dietro, perchè a viso aperto non sanno, sieno cosa vile si per chi la fa, come terribile per chi la riceve, pure chi non è timido amico del vero, dee sapere affrontarli. Ma a’ savii e ben temperati spiriti, se qualcuno di loro mi leggerà, dirò, che queste parole erano spirate al cuore dall’aurea lettera, che Raffaello Lambruschini dirigeva sugli ultimi del decorso anno al Prof. Pietro Betti — sulla necessità e su’ modi di soccorrere i poveri. — Certo che maggiore affetto e sapienza non si potea concludere in cosi brevi pagine, com’era difficile