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e neanche nominerò un altro parroco ben noto, vicino di Barberino, il quale con coraggio e costanza pari a quella che i suoi confratelli misero in ben fare, si rifiutò di assistere un povero giovanetto di anni dodici ammalatosi fuori della propria casa; non io vitupererò, perchè non avrei parole sufficienti; e neanche lo nominerò, perchè l’infamia sua non si spanda, ma rimanga tutta presso di lui.

Ma le parole, e più delle parole i nobili esempi degli altri ecclesiastici e dell’autorità politica, non tardarono a produrre lor frutto in mezzo a un popolo buono, e di docile tempra, com’io diceva. Infatti gli animi smarriti di paura, ritrovarono i forti sentimenti di carità: gl’infermi consolati di sollecitudini affetto e speranze, rianimaronsi nella fiducia di guarire, cominciarono a creder meno nella necessità di morir di quel male; i cadaveri non più da mani mercenarie e alla rinfusa furono trasferiti al cimitero, ma ne’ modi che decenza e religione comanda. La pubblica carità, sollecitata dalla commissione sanitaria, accorse in sollievo delle private sventure: nè in Barberino solo, ma per tutti i villaggi del comune si apersero collette, si elemosinò nelle chiese a favore delle povere famiglie colpite dal male; il soldo dell’onesto bracciante come la moneta del possidente e del ricco contribuiva alla pietosa opera; il municipio sovveniva i malati di medicamenti carne fuoco coperture ed altro. È somma lode poi del popolo di Barberino, che non vi allignasse veruno di que’ pregiudizii feroci contro a’ medici e alla medicina, che pur troppo fecero piangere altrove la ragione e la umanità. Nè io passerò inonorato il fatto seguente, che ridonda in onore anche di tutto il paese; tanto più degno d’elogio,