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finzione o trovato d’immaginativa. A questo errore il trae primamente un amore istintivo per la verità, si che questa appare anche dove non è, indi una certa satisfazione dell’amor proprio nel rivestire de’ nostri concetti la nudità de’ fatti, e finalmente il trovarsi agevolata e abbreviata sull’ali della congettura la via nojosa della disamina. Ma sventuratamente la scuola de’ fatti è lunga e difficile, la vita breve, molta la baldanza e irrequietezza giovanile, che ne spinge, raunate appena poche osservazioni, ad emettere anche noi le nostre sentenze, come se veramente la scienza stesse lì ad aspettarle a braccia aperte. E cosi, sbagliata una volta in gioventù la via maestra dell’apprendere, che è quella del diligente studio e del retto esaminare, l’intelletto facilmente si abbandona al facile dommatizzare, al ragionare sulle parole anziché sulle idee, e ad altre vanità della scienza che pajon persona.

Noi giovani, mi si permetta in ultimo dire anche questo, abbiamo troppa fretta a finire il compito, e a metterci in riga di dotti e saputi, e ci pare ufficio troppo umile quello di andare raccogliendo i fatti, che sono parte men nobile si, ma integrante dell’edificio scientifico. Non sappiamo o non vogliam sapere, che noi siamo i manuali che dobbiamo recar le pietre, e che la parte d’architetto, riserbata agli uomini provati da tempo per ingegno dottrina e sperienza, a noi non si addice. Nè certamente intendo dire, che i giovenili ingegni, come quelli che più degli altri sentonsi ala forte a salire, debbano rampicare perpetuamente in un cieco e materiale empirismo, che è schiavitù degli intelletti, morte delle scienze, e fa d’ogni


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