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d’un’ingorda tirannide, non i pensieri d’ampliarsi l’onore, ma quelli dell’imporre a’ sudditi nuovi dazj, fussero i suoi pregi.

Arrossirei dirne più pel sospetto dell’adulargli, se il testimonio di quel che dico non fusse ne’ dieci libri della mia voglar istoria in gran parte tessuta, de’ quali i primi due fra pochi giorni si mostreranno sacrati a quel sacro Alfonso, non già per arricchirci le mie miserie, ma per abbellirci le mie fatiche, sì perche vegga il suo buon giudizio quel che i buoni e dotti ingegni san fare dove appare il merito della vera gloria, e l’infamia del giusto biasimo. Perciocchè i gesti memorabili e i vituperosi fatti avvenuti nell’età mia, sono i due soggetti dell’ampio volume, ove di che vaghi ornamenti vi coronerò il nome; l’effetto vel mostrerà, poiché se non fusse la larghezza del vostro dare ove non è il merito, mille chiari spirti sotterrati nel letame del disagio non se ne dorrebbero, nè piangerebbero come fanno. Nè io provocato dall’arroganza insuperbita del vostro dare sarei stato offeso, nè perciò avrei rivolta la penna a cose non degne della mia vita, nè dicevoli alla mia virtù. Chi sarà più de’ poveri virtuosi (poiché così vi è piaciuto) che degnerà d’esser da voi raccolto vedendo che l’infamia d’un infame debba aver fatto il varco alla fama loro? Diciamo il tutto. Sè le dicerie del trist’uomo vi parevano baleni e tuoni, onde per ciò v’è convenuto di tributargli, fate che ora paragonandosi vi dia a vedere,