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vuol venire con noi a Subiaco; per cui vado a congedarmi dal signor Selva.»

Si chinò dal parapetto a cogliere una frondetta dell’olivo piantato nel terrazzo del piano inferiore.

«Dovrò presentargli questo» disse. «E anche a Loro signori» soggiunse con un gesto grazioso, sorridendo. E uscì della terrazza.

Si udì infatti, giù nella strada, il rumore di un legno a due cavalli che, venendo da Subiaco, girò lo scoglio sul quale la villetta è assisa e si fermò davanti al cancello. Pochi momenti dopo vennero nella terrazza Maria Selva e Dane col suo gran pastrano e il grandissimo cappello nero a cencio. Seguivano Giovanni e l’abate.

«Chi viene con noi?» disse Dane.

Nessuno parlò. S’intesero, sul rumore fondo dell’Aniene, voci e passi che salivano dal cancello verso la villa. Minucci che stava sull’angolo di levante della terrazza, guardò e disse:

«Signore. Due signore.»

Maria trasalì. «Due signore?» diss’ella. Balzò al parapetto, vide due figure chiare che salivano lentamente, facevano allora la prima svolta del ripido viottolo. Non era possibile distinguerne le forme, erano ancora troppo giù e faceva troppo scuro. Giovanni osservò che probabilmente si trattava di persone dirette al primo piano, a visitare i padroni di casa. Il professore Dane sorrise misteriosamente.