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nel turbine del mondo 385

caduto se il domestico non lo avesse raccolto nelle sue braccia. Si trovò in carrozza senza saper come, con un fastidioso lume vivo incontro e un forte ronzio negli orecchi. A poco a poco si raccapezzò. Era solo, una lampadina ad acetilene gli luceva in faccia. Lo sportello alla sua destra era aperto e il domestico gli parlava. Che diceva? Dove andare? A villa Mayda? Sì certo, a villa Mayda. Non si poteva spegnere quel lume? Il domestico spense e parlò ancora, di una carta. Quale carta? Una carta che la signora aveva fatto mettere nel taschino interno del coupé, coll’ordine di consegnarla al signore. Benedetto non capiva, non vedeva. Il domestico prese la carta e gliela pose in tasca. Poi domandò, per ordine dei signori, stavolta disse così, come il signore stesse di salute. Se lo avesse veduto morto, il rigido uomo avrebbe ugualmente eseguito l’ordine. Benedetto pregò, per tutta risposta, che gli fosse portata un po’ d’acqua; bevette avidamente quella che il domestico gli recò da un caffè vicino, ne provò alquanto ristoro. Riprendendo la tazza vuota, il domestico credette bene di compiere la sua missione:

«La signora mi ha ordinato di dirle, se Lei domanda, che i signori hanno mandato la carrozza perchè sanno che Lei non sta bene e hanno pensato che qui, a quest’ora, non ne troverebbe.»