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322 capitolo settimo


Ma cinque, dieci minuti passarono e il prete non ritornava. Che poteva essere accaduto? Si era voluto ingannarlo, deriderlo? Ma perchè? Benedetto s’interdisse un sospetto inutile a discutere. Pensò invece al partito da prendere. Aspettare ancora non gli parve ragionevole. Era da ridiscendere? Era da salire? In quest’ultimo caso, per quale delle due vie? Si raccolse in sè stesso interrogando l’Onnipresente.

Ridiscendere, no. Gli ripugnava. Salì a caso una delle scale, quella che conduce alle camere dei domestici. Era corta, Benedetto trovò subito un altro pianerottolo. Ora egli aveva udito il prete salir di corsa e di seguito molti scalini, il rumore de’ suoi passi si era perduto molto in alto. Ridiscese, tentò l’altra scala. Era più lunga. Il prete doveva avere salito quella. Decise di seguire il prete.

Giunto alla sommità, sbucò da una porticina in una loggia illuminata dalla luna. Si guardò attorno. A destra, quasi immediatamente, una cancellata partiva quella dalla loggia. Le due vi s’incontravano ad angolo retto. A sinistra la loggia terminava, alquanto lontano, a una porta chiusa. La luna piena batteva per le grandi vetrate sul pavimento, mostrava i fianchi del Cortile di San Damaso e nello sfondo, tra le due grandi ali scure del Palazzo, umili tetti, gli alberi di villa Cesi,