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odio contro di me e anche contro di voi, avendo udito narrare che dopo di me si sarebbe anche occupato delle Tigri di Mompracem, deve essere stato motivato da qualche cosa.

— Ah, vorrebbe prendersela anche con Mompracem? — disse Yanez, sorridendo. — Si capisce che non conosce ancora quanto valgono i nostri Tigrotti. Si provi a rovesciare le sue orde sulle coste della nostra isola! Vedrà quanti dayachi torneranno alle loro natìe foreste. Ah, la danza di guerra! Brutto indizio!

— Che cosa vuol dire, Yanez?

— Che i dayachi si preparano alla pugna. Si esaltano prima con la danza quando mettono mano ai kampilang. Sambigliong, va’ ad avvertire i nostri uomini di tenersi pronti e fa’ portare le spingarde ai quattro angoli della fattoria, onde possano battere tutti i punti dell’orizzonte. Quando i dayachi si muoveranno, verremo noi a dirigere la difesa.

Un centinaio e mezzo di guerrieri, che tenevano in ambe le mani una sciabola, si erano staccati dal grosso su quattro colonne avanzandosi verso il kampong, per eseguire la danza di guerra.

Giunti a cinquecento passi dalla cinta, mandarono un urlo altissimo, un urlo di sfida, poi formarono quattro circoli, mettendosi a ballare disordinatamente.

Nel centro avevano deposto i loro kampilang, incrociando l’uno con l’altro in modo da occupare un vasto spazio: poi, alcuni avevano tratto dai panieri che portavano appesi al fianco, alcune teste umane che parevano recise di recente, collocandole fra i gruppi formati dalle sciabole.

Vedendo quelle teste, Yanez aveva fatto un gesto d’ira, a malapena represso.

— Miserabili! — aveva esclamato.

— Appartenevano ai tuoi uomini, è vero, mio povero amico? — disse Tremal-Naik.

— Sì — rispose il portoghese. — Devono aver pescato i cadaveri lanciati nel fiume dall’esplosione, per impadronirsi delle loro teste. Noi non faremo altrettanto ma, vivaddio, contraccambieremo con piombo senza risparmio.

— Vuoi che li mitragliamo giacchè sono a buona portata?

— Non ancora. Dobbiamo lasciare a loro di sparare il primo colpo.

I dayachi intanto continuavano a sgambettare come scimmie o come ubbriachi in delirio, ululando spaventosamente, dimenando le braccia e contorcendosi, mentre alcuni suonatori percuo-