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nagione del frate, Messer Roderico, che virtuosissimo cavaliere era e molto dal Re favorito, stimolato da zelo della verità, parendoli che il suo tacere sarebbe stato unica cagione di tanta ingiustizia, se deliberò prima, bisognando, morire, ch’el vero circa tal fatto occultare; ed essendo dinanzi al Re, ove erano più baronie popoli radunati, disse: Signor mio, la rigida e non giusta sentenza all’innocente Minore data insieme con là verità del fatto me inducono a decidere la quistione d’un tale accidente. E però se Vostra Maestà vuole perdonare a colui che giustamente ha il detto Maestro Diego ucciso, io lo farò qui di presente venire, e con approbata verità ricontare sì come il fatto particolarmente è successo. Il Re che clementissimo signore era, e desideroso d’intender il vero, fu molto liberale del chiesto perdono: il quale avuto, il cavaliere nel cospetto del Re e di ogni altro circostante dal principio dell’innamoramento del Maestro verso la sua donna, e tutte le lettere e imbasciate per lui mandate, e ogni altra cosa per lui adoperata insino a quell’ultima ora pontualmente ricontoe. Il Re avendo prima la testificazione del frate già sentita, e parendoli a quella in gran parte esser conforme; e tenendo Messer Roderico per integro e buono cavaliere, senza altro esamino gli diede a tutto indubitata fede; pur con ammiratione e con pena, e talvolta con oneste risa considerava la qualità del travagliato e strano caso. Tuttavia per non consentire ch’el non dovuto condanno dell’innocente frate si mandasse ad effetto, si fe' venire il guardiano e con lui insieme il povero frate; alli quali il Re in presenza dei soi baroni e d’altri nobili e popoli manifestoe come