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due uomini, che riconobbi, all’ombrello e alla mazza del più magro, per i fratelli Topler. Mi recai daccapo alla stazione per il treno diretto delle nove e venti pomeridiane. Nessuno.


(Dal mio quaderno.)


«Perchè non sei partita? Spero, spero. E se fossi malata?

«Ho deposto la penna, ho chiuso il viso tra le mani, ho distrutto per aver pace lo spazio ed il tempo, ho riso dolcemente con te, mia sposa, non importa dove, non importa quando, di queste passate angustie.

«Ritornando dalla stazione camminavo nell’ombra; la luna batteva l’altro fianco della valle. Ti ricordi quella notte a Belvedere di Lanzo? Eravamo nell’ombra e la luna illuminava Lugano, tutte le montagne in faccia; illuminava le torri del mio scoglio. Allora la luna mi faceva fantasticare, e adesso no; allora eravamo seduti l’uno presso all’altro e pur tanto lontani ancora; adesso invece non ci vediamo, non ci udiamo e siamo tanto vicini. Sono come