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dava l’impressione che l’edificio si fosse sprofondato per un avvallamento della collina. Il terrazzino della sala da pranzo rispondeva a ponente, e il vento impetuoso lo investiva di faccia.

Durante la lunga pausa, il marchese aveva osservato con crescente inquietudine l’atteggiamento dell’avvocato che, tenendo socchiusi gli occhi e scotendo la testa, sembrava ragionasse da sè, sotto voce, poichè di tratto in tratto agitava le labbra quantunque non ne facesse uscire nessun suono.

— Per conto mio, — disse don Aquilante, destandosi improvvisamente dalla concentrazione che lo aveva fatto ammutire, — io sto tentando un’inchiesta più concludente dell’istruttoria del processo; ma forse è ancora troppo presto.

— Non parliamo di queste sciocchezze... scusate, avvocato, se dico così, — lo interruppe il marchese.

— E avete torto!

Don Aquilante, col viso rischiarato da un orgoglioso sorriso di compatimento, appoggiava i gomiti su la tavola, incrociava le dita delle mani e ne faceva sostegno al mento, intanto che con voce cupa e lenta riprendeva:

— L’ho veduto ieri, per la prima volta. Non ha ancora coscienza di essere morto. Accade così per tutti gli uomini materiali. Erra per le vie del paese, si accosta alle persone, interroga, s’indispettisce di non ricevere risposta da nessuno...