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dove fu tradotto in pehlevico, poi dal pehlevico in arabo e in persiano.

Bûzurc’mihr intanto cade in disgrazia di Anûshîrvân sotto il sospetto di avergli involate alcune pietre preziose di un suo monile. Egli è posto in prigione carico di ceppi, ma dalla sua prigione, con le sue parole ferme e piene di significato, sorprende e atterrisce il re. Giunge intanto da parte dell’Imperatore di Grecia un messaggiero con un piccolo scrigno, dicendo che l’Imperatore pagherà tributo al re Anûshîrvân, purchè egli, senza aprirlo, indovini ciò che sta chiuso nello scrigno. Il solo Bûzurc’mihr, tolto dal suo carcere, indovina con mirabile sottigliezza che nello scrigno trovansi tre perle, e il re, sorpreso e soddisfatto, gli restituisce la sua grazia, tanto più che il saggio gli fa ora sapere che le gemme, cagione della sua disgrazia, furono involate al re da uno sparviero, mentre egli, in un giorno di caccia, si era addormentato in una selva.

Seguono nel poema le sentenze di Anûshîrvân, il suo libro di avvertimenti al figlio suo, Hormuzd, le sapienti risposte da lui date alle domande difficili dei sacerdoti, l’ultima sua guerra con l’Imperatore di Grecia che gii si sottomette, i suoi consigli ad Hormuzd ch’egli designa re, e il suo sogno nel quale gli è rivelata la nascita di Maometto. — Questo sogno si crede da molti, e con ragione, che sia un’aggiunta di qualche tardo interpolatore.

Il re Hormuzd. — Hormuzd, appena salì sul trono, incrudelì contro i ministri del padre suo, condannandoli a morte. Benchè egli si penta del suo violento operare da tutte le parti dell’Iran