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All’iranico suol, che al padre tuo
485Fûr tratte ancora le cervella, e un cibo
Ne fu addotto così dai regi scalchi
Agli orridi serpenti. Io m’involai
Dal loco infesto. In una selva oscura,
Là ’ve nessuno penetrar potea
490Nemmen pensando, ebbi soggiorno, e vidi,
Vidi in que’ lochi una giovenca eletta
Qual primavera dilettosa e vaga,
Tutta coperta di vivaci tinte
Dal capo al pie. Dinanzi a lei sull’erba
495Sedeva il guardïan, le gambe insieme
Raccolte, qual signor de’ lochi ameni,
In molta pace. A lui ti diedi, e lunga
Stagion si volse poi. Quei ti nudriva
Con molto amor nel grembo e il latte intanto
500Della giovenca ti porgea che bella
Era ne’ molti suoi color diversi,
Come altero pavon. Tu a me crescevi
Qual fiero alligator. Ma l’empio sire
Ebbe novella di que’ paschi alfine,
505Della giovenca ebbe notizia allora.
Io t’involai dalla foresta e il piede
Rivolsi in fuga dall’irania terra,
Dalla casa de’ miei. L’empio signore
Corse a que’ lochi, e la nutrice tua,
510Ben che muta così, dolce mai sempre
Amorosa nutrice, a morte ei trasse,
E fino al cielo sollevò di nostre
Case distrutte la rotante polve,
Pareggiandone al suol le torri eccelse.
515     Arse di sdegno a quel racconto il prode
Giovinetto. Ascoltava ei dalla madre
Avidamente ogni parola, e l’ira
Cresceva in lui. Trafitto il cor, la mente
Da un sol pensier di sangue e di vendetta