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gustia del carcere che non può capirli sono motivi per essere ridonati alla libertà. I loro vicini, buoni operai, trascinati dall’esempio, fuorviano anch’essi: i loro ingordi guadagni del verno, secondo la costumanza, sono sfumati nel carnesciale. Giunge la state; gli stranieri partono a stormi, il lavoro manca, manca la moneta. L’educazion morale, che potrebbe incuorarli, non esiste. La mania dell’apparire (malattia indigena ed appiccaticcia ) li pone in guai; le donne fan mercato di sè per danaro, gli uomini corrono agli eccessi.

Ma non denno essere giudicati con soverchia severità cotesti poveri plebei: ricordivi che nulla han letto, che non han messo piede fuori delle mura di Roma, che lo esempio del fasto sfolgorato ad essi vien pôrto dai cardinali, l’esempio di mala condotta dai prelati, l’esempio della venalità dai funzionarii e magistrati, l’esempio dello sperpero dal ministro della finanza. Ricordivi che grande cura sonosi data di sbarbicare dal loro cuore, quasi fosse erba velenosa, ogni nobiltà di sentimento dell’umana dignità, che è il vero barbacane della virtù.

A voler essere giusti, si dee dire che il sangue che scorre nelle vene della razza italiana sia di tempra assai generosa, se una parte notevole della plebe romana ha potuto serbar orma di virtù fra cotanto rovinio di vizii. Ho io incontrato nel Rione di Trastevere uomini semplici, grossieri, violenti,