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ra, e massime l’invasione austriaca nelle province settentrionali, ha gravato gli abitanti di 25 milioni. Più il danaro sperperato, regalato, rubato, perduto, e 34 milioni ai banchieri per diritti di commissione sulle prestanze; e vi formerete il giusto concetto del debito, salvo forse un 40 milioni, il cui impiego inesplicato e inesplicabile arreca grandissima onoranza alla discrezione dei ministri.

Dalla ristorazione di Pio IX, una specie di rispetto umano sospinge il governo papale a rendere alcun conto non alla Nazione, ma si all’Europa. E l’Europa, che non pecca di curiosità, sta contenta al briciolo. Il bilancio pubblicasi in pochi esemplari, nè può averne chiunque voglia. Lo specchio dell’introito e dell’esito è a maraviglia compendioso e laconico. Ho sott’occhio il bilancio del 1848: in quattro pagine, di cui la meglio riempita ha quattordici linee, il ministro della finanza riassume entrate e spese ordinarie e straordinarie.

Troverete nella rubrica Riscossioni:

«Contribuzioni dirette e proprietà dello Stato, 5,201,426 scudi.» In massa!

Alla rubrica Spese:

«Commercio, Arti-belle, Agricoltura, Industria e Lavori pubblici, 601,764 scudi.» Sempre in massa!

Cotesta trapotente semplificazione consente al ministro di ben chiarire le cose. Se, ad esempio, la rendita delle dogane notata nel bilancio presentò una diminuzione di 500,000 scudi sul totale portato dalla direzione delle