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III.


LETTERA


DI GNEO POMPEO AL SENATO


volgarizzata


DALL'AB. GIOVANNI CASSINI


ARGOMENTO

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Al tempo che eran consoli C. Cotta e L. Ottavio, essendo per l'intemperie del cielo e per le scorrerie de' pirati chiusi i mari, fu gran caro in Roma; e però il danaro che dovea esser mandato a Metello per la guerra di Spagna fu investito a procacciar vettovaglie alla città. Pompeo, che era pure con un altro esercito in quella provincia, stava ancora in grande strettezza, essendo che per due anni erano stati in quelle parli scarsissimi ricolti. Laonde il terzo anno il suo esercito era afflitto da gran fame, nè pativa minor difetto di danari. Sicché egli scrisse questa lettera al Senato in Roma, dove si duole di esser così lasciato senza soccorso.

Se contro di voi, della patria e degli Iddii penati avessi tante volte preso a sostenere fatiche e pericoli quante di quelli ebbi a durare essendo capitano de’ vostri eserciti in fin dalla mia prima giovanezza in isconfiggere i vostri più crudeli nemici, onde a voi venne salute; certo non avreste, o Padri coscritti, fatto contro di me assente più di quello voi fate: chè, avendomi di non ancora ben ferma età gittato a far guerra con ferocissimi nemici, me ed un esercito che avea sì ben meritato dalla repubblica, per quanto era in voi, condannaste a morirsi di fame, la più misera di tutte le morti. Con questa speranza forse il popolo romano mandò i suoi figliuoli alla guerra? Questi sono i premii delle ferite e del molto

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