Pagina:Il Catilinario ed il Giugurtino.djvu/229


178 frammenti

non abbia femminil cuore, non vorrà, senza nulla tentare, aspettar vilmente la morte.

Ma io, come questo Silla dice, sono un sedizioso, perchè mi dolgo de’ premii dati a’ facinorosi e turbolenti; un desideroso di guerra, perocché chieggo che sien mantenute le ragioni della pace. Sì certamente che voi per altro modo non potete esser salvi nè sicuri nella signoria, se non lasciate che Vezio Picentino e lo scriba Cornelio scialacquino le altrui bene acquistate ricchezze; se non approvate le proscrizioni tutte che per sete d’oro si fanno agl’innocenti, lo strazio di tanti illustri personaggi, e che la città pel fuggirsi e per le stragi de’ cittadini sia disertata, e i beni di quegli sciagurati, quasi cimbrica preda, venduti o dati altrui in dono. Ma forse costui mi rinfaccia che anch’io tengo roba e possessioni de proscritti: ma questo è il massimo de’ suoi delitti; perocché, dove noi con dirittura operato avessimo, nè io nè altri non saremmo stati abbastanza sicuri. Non pertanto quelle cose che allora, il giusto prezzo pagandone, per timore io comperai, eccomi son presto, com’è diritto, a renderle a’ loro padroni: chè non mi dà l’animo che si faccia preda d’alcuna cosa de’ cittadini. Basti quanto soffrimmo allora che per contagiosa rabbia i romani eserciti venner tra loro alle mani, e rivolsero dagli stranieri in noi stessi le armi. Sia oramai fine ai delitti e agli oltraggi: de’ quali Silla, non che pentirsi, si gloria, e, se più potesse, più ne farebbe. Nè io dubito già di quello voi pensiate di quest’uomo, ma non so quanto di ardire sia per essere in voi: chè temo non voi, aspettando cia-


caricamento di la:Page:s1 in corso... Loading.gif