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stargli1; e egli con diligenti e ordinate guardie menò Lentulo nella prigione: quel medesimo fu fatto degli altri dalli pretori. Nella prigione è un luogo, che si chiamava Tulliano, salendo un poco da man manca, e poi è cavato sotterra da XII piedi, e niente meno da ogni parte murato. E quivi è poi una camera fatta ad arcora2 e a volte di pietra, oscura, di tenebre e di mala puzza ripiena, e a vederla è un orrore. In quello luogo poichè fu messo Lentulo, li vendicatori e punitori de’ malificii3 capitali, mettendogli una fune al collo, lo strangolarono4. E io questo modo quegli essendo patrizio (a)5, uomo della gentil casa de’ Cornelii, il quale avea avuto in Roma la signoria consolare, secondo che si convenia a suoi costumi e alli suoi fatti, fece degna fine. Cetego, Statilio, Gabinio e Cepario furono guasti in quel medesimo modo.


CAPITOLO XLIII.


Della gente ch'era con Catilina; e come contra lui venne Quinto Metello e Antonio.


Mentre queste cose si faceano a Roma, Catilina di tutta sua gente, la quale egli avea menato, e che Manlio avea avuta, ordinò due legioni, ordinando e compiendo le coorti del numero de’ militi (b)6. E appresso, secondo che ciascuno era venuto di sua volontà nell’oste o di suoi compagni, li distribuì per le legioni igualmente; e in breve spazio le compiette, conciossiacosachè dal principio non avesse più che du’ millia uomini7. Ma di tutta sua gente quasi la quarta parte era bene e compiutamente armata; gli altri erano armati com’era lor venuto fatto: portavano ronconi8, o lance, o pertiche bene aguzzate. E, poich’Antonio con l’oste sua si venia approssimando contra Catilina, allora Catilina prese il viaggio della montagna: e ora andava con sua gente verso Gallia, ora verso Roma. Guardava di non dare alli nimici luogo nè acconcio a combattere9, sperando che in quelli giorni gli verrebbe gran gente, se a Ro-


    ro che dal pretore erano stati condannati a morte: il che il nostro Frate ha tradotto col vocabolo generale italiano soprastante, che dicesi generalmente di chi abbia soprastanza su chicchessia.

  1. guastare qui sta per giustiziare; ma oggi in questo senso non è da usare.
  2. e quivi è una camera fatta ad arcora) Anticamente si usò di dare a’ nomi un accrescimento al plurale, facendoli uscire in a; il che oggi solo è rimaso a’ due dono e tempo, che, quando significano, il primo quei doni che si danno alla sposa per occasione del matrimonio, e il secondo le vigilie delle quattro tempora, fanno al plurale donora e tempora.
  3. malificio, che meglio scrivesi maleficio, è lo stesso che delitto: ma oggi si vuol esser cauti in adoperar queste voci.
  4. Strangolare vai propriamente uccidere altrui soffocando, strozzare.
  5. (cioè grande curatore e officiale del comune)
  6. (ed era detta coorte di cinquecento uomini tra a cavallo e a piede)
  7. du’ millia, modo antico da non usare, è lo stesso che dumila o duemila.
  8. roncone è strumento rusticale di ferro, maggiore della ronca, e senz’asta.
  9. guardava di non dare alli nimici luogo nè acconcio a combattere) Acconcio qui è sostantivo, e vale destro, opportunità; e luogo è pure adoperato nella medesima significazione.