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18 parte prima

rispondeva alle pretensioni del principe: si chiamava Gôpâ, la Signora della terra,1 ed era figlia di Dandapâni, anch’esso della stirpe de’ Çâkya. Ma Dandapâni negò il suo consenso, dicendo che il giovanetto, avendo fino allora passata la vita nel palagio reale, tra l’ozio e la mollezza, non poteva essere che un effeminato e un dappoco; ed egli, invece, avere destinata la figliuola ad uomo istrutto, esperto nelle armi ed abile al governo. Siddhârtha allora volle mostrare che non aveva scorso invano gli anni della sua giovinezza, e che le ricchezze e i piaceri, di cui il padre lo aveva voluto circondare, non aveangli impedito di coltivare con frutto gli studi e l’arte militare. Cinquecento dei più valenti giovani dei Çâkya furono adunati in pubblico cimento; e dopo molte prove ed esercitazioni, il figlio di Cuddhôdana riuscì vincitore; ed apparì inarrivabile non solo nel maneggio d’ogni specie di arma, nella lotta e nella scherma, ma anche peritissimo nelle scienze e nelle lettere.2 Il padre della bella e virtuosa Gôpâ convinto d’aver mal giudicato il giovane principe di Kapilavastu, dettegli di buon grado a sposa la sua figliuola.

Ora avvenne un giorno che Siddhârtha, mentre viveva tra le delizie della sua casa, desiderando di andare


  1. Questa è la traduzione del nome, almeno secondo i Tibetani, che la chiamano Sa-jo-mo, da sa, terra e jo-mo, signora. Aveva anche il nome di Yâçodharâ, col quale è sempre designata dai buddhisti del Sud: alcuni la dicono figlia di Suprabuddha.
  2. In un libro buddhico citato dal Beal, si trova: «Il principe, giunto al suo 15.° anno di età, sfidò in esercizi atletici tutti i componenti delle famiglie dei Çâkya. Tirò d’arco, e con una freccia perforò sette timballi d’oro, e con un’altra sette massi di ferro. Queste frecce, dopo aver trapassato i bersagli, diretti al sud-est, andarono a colpire la terra, dove allora sgorgarono due fontane di acqua». (Fah-hian, p. 86, n. 3).