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parte seconda 383

pongano le più dure fatiche, purchè intese al pubblico bene, e lo vedranno affranto dal disagio, ma non udranno un lamento; lo espongano a rischi di morte per la comune salvezza, e senza gemiti lo vedranno morire. Ma se la fame uccide un sol uomo del popolo, pensi il re ch’egli n’è l’omicida. Abbondavano nei pubblici granai le derrate raccolte dalle pubbliche possessioni che i privati coltivano in comune. Ogni gran terra, secondo le antiche istituzioni, fu divisa in grandi quadrati; ogni quadrato in nove poderi, di cui gli otto, distribuiti ad otto famiglie di coloni, circondano il nono, che è di proprietà pubblica, e chiamasi il campo dell’equità, perchè, coltivato dalle otto famiglie, non produce per alcuna di esse, ma per chi fu colpito da disastri, o pel popolo tutto, in anni calamitosi. Ora se il re converse quelle derrate in uso di pompa e mollezza, se ne fece pastura di cavalli e di cervi, egli ha preparato la morte al suo popolo, egli ha fatto che le bestie divorassero gli uomini, egli è un padre-e-madre che uccise il suo figlio. Nè presuma scusar sè accusando l’annata sterile e disastrosa; tanto sarebbe con una spada passar un uomo fuor fuora, e poi scolparsi dicendo: non io l’uccisi, ma fu la mia spada.

«Come già fanno supporre le precedenti parole, Menzio dichiara in termini anco più espliciti che il buon governo non è possibile senza la prosperità materiale del popolo, senza che (per usar la sua frase) il grano e i legumi abbondino come l’acqua e il fuoco. Ov’è copia di vettovaglie, il popolo è buono, perchè l’incertezza del vivere è fomite di voglie disordinate, la sicurezza produce contentamento di cuore».1



  1. A. Severini: La Mor. e la Polit. di Menzio. Milano, 1867. — Intorno a Mencio si consulti anche: P. Noel, Sinensis Imperii Li-

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