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parte seconda 365

gere, il libro meriterebbe un più lungo esame, ma la moltiplicità delle materie che restano ancora ad esporre, ci consiglia di star contenti alla somma di tutta l’opera, quale si trova nel brano che riportammo poco sopra. Una parola ancora sul titolo. Non tutti lo intesero a un modo. I Cinesi stessi non son d’accordo sul valore del vocabolo yung: alcuni vogliono che significhi «uso» altri «armonia», altri «immobilità», altri «costanza»: il vocabolo cung poi, tutti affermano che vuol dire «centro, mezzo». Alcuni dei vecchi missionari gesuiti tradussero il titolo Cung-yung, «Juste milieu»; il Rémusat, «Invariable milieu»; l’Intorcetta, «Medium constans vel sempiternum, sive de aurea mediocritate»; il Morrison, «Golden medium». Questi titoli non solo non dicon bene l’indole dell’opera, ma taluni la fanno anzi addirittura frantendere. Il Legge chiama il libro «The Doctrine of the Mean»; ma non è del solo Cung «mezzo, centro, equilibrio», che si parla; e questa scrittura può esser definita, come in altri termini la definisce anche il Legge, un trattato intorno alla Mente e alla Natura umana nei due stati di Cung e di Yung, «d’equilibrio e d’armonia». Il primo è lo stato perfetto della natura e della mente in sè stesse, il secondo quello della natura e della mente esercitanti la loro attività al di fuori.

Dicemmo che il Cung-yung è come una continuazione del Ta-hsio, come un complemento che aiuta a intenderne la dottrina: eccetto che l’uno si tiene più nel campo della Morale, l’altro della Fisica. Il Ta-hsio prende di mira il conseguimento del «Sommo bene», che è poi lo stato perfetto della società, fondato sulla perfezione degl’individui; espone le facoltà intellettuali e morali dell’uomo, l’insieme delle quali vien chiamato Ming-teh, che lo rendono atto a quel fine; e dice quindi il modo e