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parte seconda 327

sono oramai rari neanche in Europa. Fare questa storia sarebbe far gran parte della storia letteraria della Cina, la qual cosa ci condurrebbe troppo fuori di strada. Dovrò dunque contentarmi di esporre solamente la storia del ritrovamento degli antichi testi, quale è generalmente narrata dagli autori cinesi, senza occuparmi delle vicende, a cui soggiacquero in appresso, fino ad assumere quella forma, in cui oggi si leggono. Il modo con cui queste opere furono ritrovate, non soddisfarà forse appieno i critici d’Europa; ma questo a me non cale; inquantochè il mio ufficio è di esporre i fatti quali sono, meglio, quali sono stati riferiti dagli autori indigeni. Soltanto noterò che i Cinesi sono anch’essi buoni critici in fatto di storia letteraria; e non accettano un’opinione senza prima averla esaminata e discussa. Essi non credono far torto a Confucio, nè diminuire l’efficacia delle sue dottrine, se esprimono dei dubbii intorno ad alcuna parte d’alcuna delle scritture generalmente ammesse per canoniche: la critica severa dei testi sacri non pone i dotti addirittura fuori della scuola ortodossa, per diminuire o annullare in tal modo l’autorità delle loro opinioni; come avviene in altri paesi, dove la civiltà ha fatto più progressi che in Cina. Cu-hsi, per esempio, l’editore e il cementatore dei libri confuciani, in quella forma che è oggi più comune, nega l’autenticità dello Shu-king, e per tanto non è posto all’indice. Inoltre è difficile trovare in tutta la storia delle religioni, che uomini libri non abbian sofferte peripezie tali da mettere in pericolo la loro esistenza; e come si salvò dalla strage degl’innocenti, per fortuna, Gesù, così, a più forte ragione, possono essere scampati dalla persecuzione feroce di Thsin Shih-Huang-ti pochi volumi scritti. Ecco intanto come i Cinesi dicono che furono ricuperati.