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284 parte seconda

È naturale domandare a qual fine si facessero questi doni; nemmeno gli Dei hanno il privilegio di ricevere qualcosa senza l’obbligo del contraccambio. C’era dunque anche la preghiera, che si faceva mentre si presentavano le vittime sull’altare. Ma la preghiera aveva questo di buono: era semplice, breve, chiara e non ripetuta con importunità. Oltre di ciò le preghiere dei Cinesi antichi erano sempre dirette a domandare cose, che non uscivano dal campo del possibile. Le parole ce e tao, che sono le più usate nel significato di «preghiera», secondo i lessici indigeni, sono definite «chiedere felicità»;1 e il principale ministro, il quale era, nelle cerimonie religiose, incaricato delle orazioni, e che chiamavasi Ta-cu, doveva, secondo il rituale della dinastia dei Ceu, impetrare pel re ogni specie di prosperità e una costante rettitudine di cuore.2 È inutile fare osservare, che la felicità desiderata e domandata era quella del godimento de’ beni terreni; e che nessuna preghiera era diretta a chieder nulla che concernesse la vita futura.3 In quanto che i Cinesi non si sono per anche bene spiegato il modo di essere degli spiriti dei defunti, nè han deciso se essi hanno o no una esistenza personale; ma sono affatto convinti, che qualunque sia la condizione della loro esistenza spirituale, essa è uguale per tutti. Non c’è Paradiso nè


  1. Khang-hsi-tse-tien, clas. 113, f. 31, v, e f. 47, r.
  2. Ceu-li, xxv, 1.
  3. Così nello Shih-king, dove si conservano alcune dì queste brevi preghiere, se ne veggono per impetrare la pioggia (ii, vi, vii, 2), per ottenere una buona annata (iii, iii, iv, 6), per godere felicità e longevità (iii, ii, iii, 4 ), e fino per avere abbondante cacciagione, in una spedizione venatoria che s’intraprendeva (ii, iii, vi, 1).