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260 parte seconda

vincie, in cui si divideva l’impero,1 sembra sia una reminiscenza del primitivo genere di vita, menata da progenitori de’ Cinesi, prima che si fermassero sulle rive dell’Hoang-ho. — In quanto alla costituzione sociale, essi non avevano casta sacerdotale, nè nobile, nè guerriera; e nemmeno un succedersi ereditario di monarchi. L’ingegno e la saviezza erano le sole qualità, che conducevano al reggimento della cosa pubblica; e vigeva fin da que’ tempi la massima, in appresso espressa dal filosofo Mencio con queste parole: «V’è nella società chi lavora con la testa, e v’è chi lavora con le braccia. Chi lavora con la testa governa; chi lavora con le braccia è sempre governato dagli altri. Questa è legge universale».2

Appena quella prima tribù cinese diventò nazione, la sua forma di governo fu un impero feudale: eran tanti piccoli Stati, de’ quali quel di mezzo, non più grande degli altri, era appannaggio dell’imperatore. In questo Stato egli governava come i principi che lo circondavano; salvo che essi gli pagavano tributi, ed eran tenuti a un servizio militare, nel caso che ce ne fosse bisogno. I principi feudatarii avevano a lor volta alcuni signori, che eran loro soggetti, e a cui davano il governo di qualche terra de’ loro dominii: ma questi sub-feudi non si concedevano che col permesso e l’approvazione del sovrano. Il nome di Cung-kuo, «Reame di Mezzo», col quale i Cinesi chiamano comunemente il loro paese, viene dal nome, col quale era distinto, per la situazione rispetto agli altri, lo Stato, che era retto dal sovrano supremo; e non già, come forse potrebbe supporsi, dalla superba pretesa di


  1. Khang-hsi-tse-tien, clas. 93, p. 5. — Mèng-tse, i, i, vi, 6.
  2. Mèng-tse, iii, i, iv, 6.