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parte prima 189

parola esprimesse lo stato dello spirito immerso in una quiete profonda, il soggiogamento di ogni concupiscenza del cuore, la indifferenza alla gioia ed al dolore, al bene e al male, lo assorbimento dell’anima umana in un’anima universale.1 Un tal modo di concepire il destino finale delle creature viventi abbiamo visto non essere confacente alla natura degli insegnamenti di Çâkyamuni, e addirsi solo, come vedremo in breve, allo stato di Nirvâna incomputo, che precede l’annullamento dell’Essere. Oltre a ciò, si può egli veramente affermare, che non si trovi nelle più antiche scritture buddhiche espressa l’idea di Nirvâna, altro che con parole che implicano un senso affatto diverso dall’idea di annullamento? Negli Abhidharma, che comprendono tutte le speculazioni filosofiche delle varie scuole, si trova, certo, più ampliamento svolta e discussa la dottrina nichilistica del Nirvâna; la qual cosa manca nei Sûtra, che registrano per lo più i semplici detti del Buddha o le predicazioni di lui. Ora i suoi insegnamenti consistevano in poche e nude verità, esposte semplicemente; ogni elaborazione metafisica venne dopo, come incremento più o meno necessario di quelle sentenze fondamentali. Nei Sûtra non si può dunque trovare una studiata spiegazione del Nirvâna, come si trova negli Abhidharma, chè sarebbe stata inutile pel volgo dei credenti. In quelle scritture il Buddha si contenta di presentarlo come il termine dei mali dell’esistenza, come la vittoria contro il desiderio, il peccato e l’ignoranza, come il contrario di ciò che è mutabile e passeggiero nel dominio della trasmigrazione; di qui le parole di riposo, quiete, felicità, immortalità, ecc., che si leggono in quegli antichi scritti.


  1. Max Müller, op. cit., p. xliv.