Pagina:Il Buddha, Confucio e Lao-Tse.djvu/130


parte prima 59

limiti che mi sono prefissi; ma non posso lasciare di accennare in poche parole il rapporto che ha colle vecchie credenze brâhmaniche della scuola dei savii. Secondo queste credenze, come abbiamo avuto luogo di accennare, l’universo è Brahman: emana da Brahman, e deve tornare a Brahman. Tutte le cose sono trascinate da un moto continuo, da un incessante cangiamento di forma, e poi spariscono assorbite nella divina sostanza di Brahman. L’uomo è anch’egli una particella dell’universo, una particella di Brahman, e deve tornare a lui; ma la sua povera anima, che uscì pura e santa dal seno del gran tutto, in contatto del male che è nel mondo, perse il primitivo candore, si contaminò e divenne indegna di tornare alla sorgente infinita che la produsse. Deve dunque purificarsi colle sofferenze, santificarsi col dolore. La vita umana, per quanto abbastanza infelice, dà spesso occasione d’aumentare nell’anima quella macchia del peccato; o è troppo breve, il vivere, per purificarla e santificarla interamente. Laonde questa purificazione si protrae per molte esistenze, durante le quali, sotto nuove forme, l’anima espia i suoi falli coll’infelicità di esistere. La natura animata è un sistema di penitenza e di purificazione; e come tale non può offrire che pena e dolore. Non è perciò da meravigliarsi se Çâkyamuni, imbevuto anch’egli delle idee brâhmaniche, tenesse l’esistenza come l’espressione dell’infelicità.

Scopo della filosofìa indiana, del Vedanta come del Sâmkhya, è di liberare l’anima dalla necessità della trasmigrazione: che è quanto dire dal dolore. Il mezzo per ottenere questo fine, tanto nell’uno quanto nell’altro dei due sistemi citati, è la Scienza. Il Buddha, ponendo la ignoranza come origine prima d’ogni nostra miseria, non può non indicare anch’egli come mezzo di salute la