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IL BARETT1 MENSILE Le edizioni del Barelli Casella Postale 472 TORINO ABBONAMENTO per 11 1926 L. 10 • Estero L. 15 • Sostenitore t. 100 ■ Un numero separalo L. 1 • CONTO CORRENTE POSTALE Anno IH • N. 8 - Agosto 1926 Fondatore: PIERO GOBETTI SOMMARIO i B. CROCE: U parola a l’aria - S. CARAMELLA: La critica cho non c’è - UMBERTO FRACCH1A: Il dover* daoll Inlallelluall - V. O. OALATI: Croc*allo apccchlo - A. CAVALLI: SImboliamo francescano - U. MORRA DI LAVRIANO Halo Svavo — S. SOLMI: Umberto Saba poola.

La parola e l’arte

Nel leggere scritti come quelli recenti dello Spit/.er, su «l’arte della parola» e la «scienza del linguaggio» (i), provo (c voglio confessarla) l’onesta gioia di chi, tanti anni fa, inserì nel terreno una pianticella e la vede ora cresciuta in albero robusto e frondeggiante:

Cresciuta pej opera di agricoltori clic meglio di lui erano in grado di attendervi, e che henne.

fatto c fanno quello che il diverso specificarsi dell’attività a lui toglieva di fare, o di fare nella misura necessaria, e clic perciò, settr.a quell’altrui intervento, sarebbe forse perito per mancanza di cure o sarebbe rimasto come una pianta selvatica c poco sviluppata. Intendo della mia identificazione della filosofia del linguaggio con la filosofili della i>oesia o dell’arte in genere, c della conscguente mia identificazione della storia concreta del linguaggio con la storia della poesia e della letteratura.

Ai recenti lavori del V ossi or in questo proposito (Aujsdite sur Sprachphilosppltie, Gcist und Kultnr in dcr Sprucin’) si aggiungono i parecchi dello Spilzer c di altri in Germania, c in Italia quelli de! Bertoni, del Bartoli e della loro scuola. Ormai si è ben compreso che studiare la lingua non si può se non come linguaggio c perciò in funzione dello spirito del parlante, c clic in questo studio il linguaggio degli originali scrittori *ò almeno tanto importante quanto le anonime creazioni linguistiche che u ogni istante si vengono attuando c divulgando, e nelle quali unicamente si faceva consistere un tempo Io studio della lingua, c che, anzi, quel volgere l’attenzióne alle personalità degli scrittori vale a dimostrare in grande l’universale processo della creazione linguistica. li’ chiaro che lo studio linguistico degli scrittori fa tutt’uno con lo studio integrale di essi, con quella che si chiama la critica o la storia letteraria che si prende a oggetto; e i critici letterari si sono sempre spinti dalla determinazione del motivo generale ispiratore di un’opera allo svolgimento di esso in tutti i particolari, che i grammatici e retori astraggono conic cose di lingua c di stile; e parimente i linguisti, nel prendere ad esame la lingua di uno scrittore, sono spinti, se vogliono muovere nella buona via del vero, a risalire al motivo ispiratore, come all’anima del tutto che esaminano. Perciò mi piace molto che lo Spitzcr accetti il mio solum individuimi affabile (che si contrappone al detto scolastico c chiude in sò tutta l’asserzione della filosofia moderna contro l’antica c medievale); c più ancora che egli metta in guardia contro il mcccanizznmento che potrebbe accadere dello studio linguistico degli scrittori, avvertendo che bisogna così studiare solo gli scrittori pei quali si prova simpatia e interesse, e inculchi l’amorosa lettura di quegli scrittori come il fondamento di ogni ulteriore lavoro e il punto di riferimento di tutti i sussidii che via via si domandano alle più varie ricerche. Mi torna a mente il vecchio nostro maestro De Sanctis, e il valore primario che egli dava alla lettura fatta con abbandono, a quella che egli chiamava la schietta impressione», condizione per lui di ogni critica: quando quell’impressione non si è prodotta o si ò lasciata raffreddare, nascono, egli diceva, tutte le fatue questioni c gli arbitrari!

giudizii intorno all’opera d’arte.

Ma che debba accadere, ora, clic i critici c storici della poesia siano costretti a richiedere ai nuovi linguisti il ricambio di quell’aiuto che già a questi porsero per la considerazione della poesia come individualità o come personalità elic si dica? Una pagina dello Spitz.cr mi fa ripensare a tale evenienza.» I.c tuie conversazioni col Worringer (scrive nel primo dei due articoli citati, p. 17O mi resero chiaro che la successione degli indirizzi nella scienza dell’arte e della letteratura corre inversa a quella della scienza del linguaggio: mentre quelle due procedono dapprima dal grande individuo creatore, hanno coltivato la grafologia o fisiognomica stilistica dalla loro origine (romantica) e ora progrediscono a una Storia dell’arte senza artisti (cfr. il suo riflesso letterario.

la Storia letteraria senza letterali del Wiegand); cioè a una sorta di grammatica delle attività artistiche, la scienza del linguaggio (aneli’essa romantica) muove dapprima dal popolare, dal sopraindividuale e approda solo oggi al singolo e alla sua lingua. La scienza dell’arte grnmmatichcggia, la scienza del linguaggio s’individualizza. Questa successione storica inversa dei periodi scientifici si spi ga agevolmente con In particolare conformazione degii oggetti considerati: la lingua ò anzitutto comunicazione, l’arte anzitutto espressione, la lingua anzitutto sociale, l’arte individualistica.

Perciò, solo dopo un gran raffinamento delle relative discipline, la lingua potò capre trattata anche come espressione c l’arte anche come comunicazione. I.’individuo, dal (piale un Wòlfffin prescinde, è il punto di mira di un Vossler».

Per fortuna, questa inversa vicenda ò un caso particolare alla Germania, clic non si ritrova o assai debolmente in Italia; e a noi pare troppo benevola la spiegazione, che, per ciò che concerne la storia della letteratura e dell’arte, dà lo Spitzcr. In verità, il Wòlfffin e i suoi iicn rappresentano un raffinamento della storia letteraria c artistica individualizzante; ma, per contrario, appunto per non aver ben concepita questa consolidità di pensiero storico-estetico, si trovano condotti a un deviamento, il quale, sotto «spetto moderno, è un ritorno (stavo per dire, un ritorno retrivo c reazionario) alla trattazione storica sul fondamento rcttorico degli stili c di altre simili astrazioni, già da lungo tempo oltrepassate almeno nella storia della poesia (2). Del reil carattere della preparazione culturale del Wòlfffin e degli altri, la loro inesperienza filosofica, danno chiaro indizio clic non essi sono in gradi* di oltrepassare e sostituire una forma di storia letteraria c artistica che si svolse c si va svolgendo dal seno della filosofia moderna. I pochi, che in Italia avevano preso ad almanaccare con gli «schemi del Wòlfilili». furono presto, dalle critiche che incontrarono, indotti a ravvedersi.

Benedetto Croce.

(1) I.F.O SPITZHR • Vorthumt unii Sprach • wissenseAa/t {in Germanisefi-Romanische Monntsichrifi, Heidelberg, 1925, fave. 5-6): Sprach-jiisstmcha/t und Vorlkunxt (in Faust, cine Monatssdinfi fi» Kuast, LiUeratur und Musik, Berlin, 1925-6, f. 6).

(2) Si veda quanto già ebbi a dirne in Nuovi Saggidi estetica (2. ed.. Rari, 1926), pp. 251-57; c £frCritica, XXI, 99-101

La critica che non c’è

Una delle caratteristiche più salienti nella nostra cultura contemporanea ò il dilagare di una vastissima letteratura critica, dal giornale alla rivista, dall’opuscolo al libio. I/assimiInzionc dell’estetica crocimi, la discussione dei principi c dei metodi critici condotta Imo ai termini estremi, la costituzione della critica 11 estetica» alla or tica «storica» <. filologica, hanno dato a questa letteratura un’intonazione di nuovo Walhalla, un aspetto sgargiante, un atteggiamento rivoluzionario, léssa si pone, senza dubbio, nella proporzione di dieci a uno con la letteratura originale italiano degna di qualche odierno conto, e la soffoca sotto il peso della propria espansione. E* quasi riuscita a soppiantare la lettura diretta del libro con quella dell’articolo critico che lo riguarda, e a guidare praticamente — in alcune sue manifestazioni giornalistiche — la sciita dei rari compratori. Ora possiede 01 goni esclusivamente propri, sopra i quali mette in mostra tutte le sue opulenze come alla fiera, e il controllo più o meno sicuro di tutta la stampa, di quasi tutti gli editori, I (ritiri, clic un tempo erano gli scapigliati, gli isolati, i melanconici della cultura, ora costituiscono una potente organizzazione e alimentano meglio <1* tutti il lavoro elei torchi.

Di fronte a co ì splendide affermazioni di imperio l’uòmo della strada s’inehiiiii reverente: c con rispettoso ossequio legge le recensioni, legge gli articoli e i saggi, 1 ilegge recensioni, articoli e saggi quando di anno in anno si raccolgono in volume. Ma due cose saltano subito agli occhi a fiche dell’uomo della strada: una, che i giudizi dei critici concordano generalmente per sentenze e argomenti, con greve uniformità (e anche quando discor dano. si sonnellino sempre a perfezione); la seconda, clic lo stesso metodo, lo stesso svolgimento di analisi e d’interirotazione, è meccanicamente applicato a tutte le opere e a tutti gli autori, si che udiamo parlare con il medesimo tono dei grandi e dei picco]’, dei nuovi c degli antichi, e giustificare in genere sempre gli stessi gusti e le stesse convinzioni. Per io più questo meccanico processo si svolge attraverso una incalzante e dialettica disquisizione sulla forma e sul contenuto dell’opera in questione, alla quale non si può a meno di annuire via via, ma neppure di rimproverare, giunti alla line, una sostanziale inconcludenza c un’elegante e snobistica eliminazione di tutti i veri c concreti problemi del critico.

Guai se un critico, per ferma volontà o per buona ventura, si stacca in pratica da questo piano di lavoro c. — in luogo di porre il suo ingegno a servigio del dominante, giustificando e lodando quel clic «tutti» approvano per il momento o i grandi direttori di scena mettono in voga, condannando ciò che non incontra il favore nò di «tutti» nò dei potenti, — questo critico esprime un libero c personale giudizio, buono o cattivo non importa; ma franco c leale. Quell’uomo ò finito; si comincia a gridare ai quattro venti clic egli «non capisce» l’arte, che •< non capisce» niente:

c con l’insulsa mistica del «capire» c del «non capire» lo si addita.al disprezzo universale.

F, «ventura se un giudizio spontaneo del pub blico o dei giovani più intelligenti e più arditi, uno di quei segni di gusto naturale che spesso, (làmio, la vera misura delle reali possibilità di sviluppo che una cultura offre, indi ca c impone a 1l’approvazione o ni disprezzo dei più un nuovo libro avanti clic In critica se ne sia occupata: succede, (l’un tratto, In confusione delle lingue.

Per concludere, rubino della strada si convince che oggi in Italia c’ò la critica come organizzazione pratica di correnti (l’opinióne formalmente elaborate, — ma la vera critica, sto, non c’è quella clic fa grande una cultura, salvo rari casi — non c’ò.

Vediamo in clic cosa dovrebbe cons:stcrc questa critica

Anzitutto, sarebbe necessario convincersi che la natura della buona critica è di essere personale quanto l.a creazione dell’artista. lì poiché la personalità di un individuo in tanto comincia a distinguersi in quanto è diverso dagli altri, noii ò il caso di far maraviglie o scandali se un critico si permette di condannare o deprezzare quel clic la magg oranza degli altri critici esalta, c viceversa. L’unico requisito esigibile ò la ponderazione matura e riflessa d’ogni giudizio: quale il giudizio debba essere per essere buono non si può mai seriamente prestabilire. Anzi, chi si mostra tepido ammiratore di Dante o limita il valore poetico di Leopardi o vuole infrangere addirittura qualche idolo portato in trionfo, attira sempre l’attenzione delle persone ragionevoli come un avversario ideale con cui ò doveroso discutere: semprcchè, ben s’intcndc, la sua eterodossia o iconoclasta non sia un artificioso c ostinato sistema di voluta originalità nò si copra di bontades e di colpi al vento, ma risulti caso per caso da intima e consapevole meditazione.

Tutti i grandi critici hanno avuto c hanno sempre qualche opinione opposta a quella dei più, e usano tenacemente difenderla proprio •come il segno delia loro personalità. lì opinioni di questo genere possono presentarsi in loro, appunto perché essi non operano meccanicamente sull’opera d’arte come su materia inerte, nò ascoltano i volubili soffi della pubblica opinione, ma sogliono criticare interrogando sò stessi e dialogando interiormente con l’altra personalità, quella del creatore, di cui essi si ergono a giudici. Le sentenze di questi giudici sono pertanto elaborazione di sjioiitanei sensi di favore o di sfavore; sono lo sviluppo concettuale di puri e semplici atti di gusto. Ora. il giorno che anche i minori "litici, e tutti coloro che di critica fanno professione, si abitueranno a considerare come proprio compito fondamentale quello di comunicare i loro giudizi personali e di giustificarli a sò stessi c agli altri, si sarà fatto un gran passo verso quella critica di grande stile, •Ih altrove costituisce uno dei filoni più importanti della letteratura c non un’istituzione parassitarla e utilitaria, c che da noi non conta so non pochi, per quanto grandi nomiNò con ciò fi esclude la funzione universalizzatrice della critica nò la sua dignità storiografica.

Ma l’una c l’altra possono essere evidentemente raggiunte non già attraverso rimpianto iì forfait di schemi dialettici, bensì me diante l’approfondimento clic il critico fa di sò stesso, come persóna giudicante, c la risoluzione dei problemi che liberamente si generano dalle sue meditazioni, I- in questa maniera -1 critico, non preoccupandosi degli altri critici (nel qual novero sono, in varie gradazioni.

tutti coloro clic leggono con qualche senno c buon senso), sarà tuttavia di guida agli altri meglio clic ora non sia: per la virtù di quel vecchio motto che solo gli esempi trascinano, c più per la profonda verità di quel principio romantico clic la strada maestra dell’universale è l’elevazione dell’individuale a personalità libera c nutocoscicnte.

Da attcsto punto di vista si può anche risolvere abbastanza facilmente I’intcrmimibile dibattito sulle varie forme di critica, clic questa primavera ha tenuto ancora occupate per due mesi le colonne di mi giornale letterario offrendoci per lutto risultato la ripetizione più 0 meno brillante di argomenti notissimi sollevati intorno allo stesso argomento fin da venti anni fa. E’ chiaro che parlare di critica estetica in contrapposto alla critica storica, filologica o (all’antica) «letteraria», può aver luogo soltanto come designazione dell’introdursi di nuovi principi c interessi nel campo della critica conforme a una nuova epoca del pensiero c della cultura, della condanna infine di varie forme di pseudo-critica. Ma di critica in senso stretto non ce m può essere clic una sola; «la critica», senza aggettivi. Giacché non v’ò altro modo di criticare clic comprendere e discutere c giudicare un’opera d’arte primo tenendo bene presente che si tratta di ojiera d’arto, secondo procurando * di appuntare nella sua interpretazione tutte le proprie energie spirituali.

E la critica così fatta ò ad un tempo estetica, storica,.filologica c letteraria e via dicendo, nell’unica forma legittima e possibile:

clic altro ò infatti se non giudizio storico quello per cui si determina il valore e il significato di un’opera d’arte? e non ò filologia, anzi l’unica seria filologia, l’esame dell’espressione e delle armonie poetiche e della tecnica?

c non ò letteraria l’esposizione garbata c ragionata di un giudizio di gusto? Analogamente la critica è nuche filosòfica, dialettica, empirica, tutto; ma non ha mai bisogno se è schietta e genuina, di tutta la coorte de’ suoi appellativi per definirsi: si presenta, come gran: ignore, da sò, e lavora da sè. Il che non ò male osservare oggi che sotto lo specioso pretesto della «critica estetica «(che i ragazzi delle scuole scambiano senz’altro con l’amplifiliazione retorica) i critici si son dati all’ignoranza della storia e della filologia: e se non affettano d’ignorare la filosofia, il modo ili cui no usano fa desiderare che l’ignorino.

Mentre al critico hon disdice la varietà della cultura nò la versatilità degli interessi spirituali quando l’una c l’altra giovino a renderlo più agile c sicuro interprete, più limpido commentatore e anche — se non vi dispiace — più fine c avvincente scrittore.

Santino Caramella

li dovere degli intellettuali

Non c’è conciliazione possibile Ira polition c cui* turn, nell’Italia «l’oggi, o nello Stato nttunlc, come «lice Malnpartc, «lolle cose d’Italia, se non per In cullarti àula o in vi» «li nascere «In «ju«*ta politica, cioè per nini outturn, clic, mondala timilmcntc <l’ogni peccato di soggezione straniera o di fqlsc mire univrrsalihtW’liP, |io.v%n dirsi c sin, nei modi, nelle fornie, nel pensiero, nello spirito c nei suoi fini ideali, prettamente nazionale. Roberto Forges - Davanzali negn anzi «-he possa esistere*per gli italiani altra cultura clic questa: e cioè elio non sin nello stiano tempo espressione «• strumento dcltn politica italiana nel mondo. Lungi dal considerare come antitetici i due termini di politica c cultura, egli afferma che sono intrinseci l’uno dell’altro: olio non possono andare e non andarono nini «liscinoti.

Insonmm uomini «li cultura, poeti, letterati, artisti.

questa a dispersa c vile famiglia degli intellettuali», credette di non fare politica, «• invece; anche quando si spacciava per una famiglia di pensatori, filosofi, artisti puri, fece sempre una sua politica o intellettuale» culturale A artistica contro l’Italia mitica, civile e«I eroica, per un* Europa mo«lcrnn, barbara c l>orgli«*s«*. E poiché <|uesto è, grosso modo, una verità stormii inconfutabile, io nii domando in chi mai essa potrà trovare difesa «piando lo nuovo generazioni avranno accettato il giudizio che oggi viene rosi chiaramente espresso dn questi due scrittori.

Con i quali non possono non concordare «*oloro che a questn famiglia «dispersa c vile» non appartengono; «Imo come pensatori, scrittori, poeti ad artisti iiuli|>eii(lcnt«’tiicnte dilla politica militante. Poiché, prima «li essere un problema politico, questo clic Roberto Forgcs-Dnvanrnti e Curzio Mnlaparte pongono mi In i urta, è un problema dì orieuliunento spirituale ed artistico Umberto Feacciim.

Procuriamo «li esercitare severa vigilanza c spietati «’ritira su (pianti nel enni|K> degli studi introducono tendenze politiche 0 nazionalistiche; miglioriamo noi stessi c gli altri con I* osservanza della più stretto lenità, nell’imlngine «lei vero; c avremo lavorato 11 tener in vita l’unità della cultura c rumano consenso «• rumami fratellanza; avremo provveduto n conservare 0 mi nmpliaro In lidia citta, nella «piale tulli possiamo ritrovarci cittadini, la vera ch’ila» /«umani «/cncr/z. Per mia parto, io pure con In buona volontà «li tener cónto «Ielle seduzioni dd cattivo esemplo «• ili altre «’ircostanze attenuanti, «Irliho confessare elio non mi sono nini interiormente riconciliato «’on tutti «pici cultori di studi, clic, durante In guerra, ho visto pronti n storcere lo scienza a servigio «Ielle lotte pratiche, c li guardo sempre»*«nì diniilcnzu. Se limino (milito una volta la verità, jKwIlè nort la Imilimnun iiitcom? Forse perché, allora, la Iratlimnuo per umor «li (Nitria? Ma In verità non si tradisco per nnioro di nessuna «osa o persona; e, se si concede clic -in lecito tradirla per In patrio, |iorch«’i nini «to’rehlic esser Iceito poi tradirla per il tiglio, o |icr l’amico, «•, in fin delle fini, per nostro signor sè stesso, || «piale, uncli’esso, «’onta per qualcosa?

Benedetto Citta*.