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spada tratta i diritti dell’arte più pura ed aristocratica stringendosi intorno alla personalità di Gabriele D’Annunzio che ne rappresentava l’ardita teoria, mi attaccarono coprendomi di impertinenze, e dicendomi, fra le altre piacevolezze che avendo io scritto «Le memorie di un pulcino» dovevo rimaner... nel pollaio. Io risposi per le rime. Fra gli aggrediti ci fu anche Giovanni Pascoli, che dopo una prima lettera piena di sdegno, me ne scrisse un’altra, soavissima, che rivelò tutto il suo ingegno e tutto il suo cuore1. Ora sono diventata assai più pacifica, almeno apparentemente: ma non giurerei che se qualcuno tornasse a

  1. Eccole qui tutt’e due:

    9 Aprile del 1897.

    Gentile signora, ricevo oggi due numeri della sua Cordelia (122 e 245) nel primo dei quali vedo che ella mi canzona aggiungendo al mio nome e cognome l’epiteto «il Grande» e mi riprende, a quel che pare, di oscurità. Della riprensione, sebbene formulata con un motteggio, faccio tesoro: mi ingegnerò d’essere più chiaro che io possa. Ma quanto alla canzonatura, la prego, quando ella voglia castigare i miei giovani amici per ciò che dicano o lascino intendere di soverchio sul fatto mio, la prego e scongiuro di prendersela con loro e non con me che nè sono in tempo di prevenirli e impedirli nè sono in dovere di biasimarli e vituperarli. Se la prenda dunque con loro: io sono troppo tribolato per accogliere i suoi dileggi e i suoi sarcasmi. E non voglio che i suoi lettori e lettrici suppongano che tal io mi creda e dica quale ella, beffandomi, mi proclama. Io sono uno che da 15 o 16 anni si studia invano con assiduo lavoro anche letterario (maledetto!) di pareggiare il bilancio della sua esistenza. Non cerco altro e non mi importa d’altro. Vorrei che tutti tacessero di me, se codesto silenzio fosse compatibile con la mia attività obbligatoria. E non so dirle quanto avrei preferito che tale attività si avesse a esercitare in tutt’altro campo che