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Siccome ho sempre nutrito un orrore salutare per i discorsi troppo lunghi, così feci in modo d’esaurir l’argomento in venti o in venticinque minuti, e bene o male ci riuscii. Più ben che male, forse, perchè la breve conferenza piacque moltissimo, e prima ancora che fosse pubblicata, Re Vittorio Emanuele, che allora era principe di Napoli e risiedeva in Firenze come comandante del corpo d’armata mandò più volte il suo aiutante di campo, capitano Algozino, a chiedermela.

Una breve parentesi. Il ricordo di quella cortesia mi fa venire in mente una particolarità del mio carattere che forse può interessare. Quantunque abbia nutrito e nutra sempre una simpatia vivissima per la famiglia reale di Savoia, e quantunque non mi sia mancato il mezzo di potermi far presentare, se avessi voluto, a qualche personaggio della casa, io sono stata sempre a me, paga della mia solitudine e timorosa che il mio affetto sincero potesse — anche lontano — sembrare cortigianeria.

Il Re d’Italia leggeva, quand’era giovinetto, i miei libri e più volte ha parlato di me con benevola simpatia, esprimendo il suo vivo desiderio ch’io venissi presentata una volta o l’altra all’Augusta madre. La Regina Margherita stessa ebbe la bontà di ricordarmi recentemente, e con parole affettuose a chi, in mio nome, le recava l’omaggio di una mia pubblicazione. Ma io personalmente non mi son fatta mai viva. Soltanto nel 90 parlai un’ora circa col Duca d’Aosta all’Esposizione Beatrice. Il Principe, meravigliato della mia fecondità di scrittrice, aveva voluto conoscermi e congratularsi con me. Gradii moltissimo gli elogi; ma ero così poco abituata a conversare