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perarne lo spasimo aiutandomi materialmente in tutti quei modi che gli concedeva l’elevatissima posizione sociale, e accompagnando le frequenti e vistose gratificazioni con lettere squisite, tutte scritte di suo pugno, improntate a una tenera gentilezza, che differivano — oh di quanto! — dalle laconiche epistole


    La mano di Satana si aggravò su Myrio. La bella persona, già segno agli sguardi desiderosi delle vaghe donne e delle fanciulle cortesi, s’incurvò sopra sè stessa come giglio altero percosso dall’uragano: una lenta febbre mise un velo su i grandi occhi divini: e l’ingegno, il forte ingegno, per cui la vita e la gloria gli promettevano ineffabili dolcezze gli si oscurò.....
    Ma — cosa strana e acutamente dolorosa — Myrio sopravvisse per vedere, per sentire, per analizzare il lento dissolversi delle sue facoltà più squisite.

    Oh, assistere a un tramonto di fuoco, vedere i monti tingersi a grado a grado delle delicate sfumature della rosa e dell’indaco, contemplare amorosamente un plenilunio d’argento, udir piangere lontano, lontano, in mezzo ai misteriosi silenzi notturni, una dolce cantilena d’amore, sentirsi piegar le ginocchia al cospetto della bellezza, udir parlare di forti imprese, di belle lodi, di magnanimi fatti, e non poter più, non poter più, capite? dar forma sensibile alle imagini or liete, or meste ora ardite, or soavi, ma sempre divine che menano una danza sfrenata nel vostro povero cervello indebolito, veder l’arte, la bella arte luminosa del canto e della dolce parola, tendervi smaniosa le braccia, e non poterla giungere e non poter neppure baciarle un lembo, un lembo solo della veste fluttuante, è tale spasimo che intelletto umano non può intendere.
    E Myrio fu colpito da quello spasimo: i bei libri di Isaotta e di Lucia, le novelle delicate del Fogazzaro e i dolorosi drammi del Verga caddero dalle mani stanche: non gli fluì più sul labbro il facile eloquio per cui il suo