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mirabile logica, tanto serrata e coerente, che anche oggi nella discussione è difficile resistegli. Ed egli conosce tanto e valuta questo suo pregio che spesso ne abusa, e siccome — come ho scritto spessissimo — nessun uomo è tanto antipatico come quegli che ha sempre ragione, così io spesso tempero e freno il suo ardore consigliandolo a una maggior mitezza e ad una più dolce serenità di spirito.

Appena l’ammissione all’Università gli concesse la libertà delle letture (gli studenti possono aver contemporaneamente libri in prestito da quattro biblioteche) scoppiò la tempesta. Tutte le discipline gli piacevano ugualmente; egli leggeva con lo stesso ardore e con lo stesso entusiasmo volumi di economia politica, d’arte, di critica, di storia religiosa, filologia, di filosofia. E da’ sedici ai venti anni fu un’orgia di letture, specialmente filosofiche: Kant, Hegel, Comte, Shopenhauer, Hartmann, Darwin, Rosmini, Renan gli autori più... diversi e più opposti, riddavano nei suo cervello, e caricano il suo tavolino. La mia biblioteca, non scarsa, fece il resto, e molti romanzieri e poeti francesi — mio supremo diletto intellettuale — furono in breve anche il suo.

Ma tutte queste letture, se giovavano non poco alla sua coltura e sviluppavano il suo spirito, non gli rendevano davvero più facile la carriera universitaria. I valenti professori dell’Istituto gli riconoscevano l’ingegno, ma non potevano naturalmente menargli per buone le sue originalissimo ribellioni. E Manfredo si presentò a tutti quegli esami che gli lasciavano libertà e ampiezza di giudizio, ottenendo buonissimi voti, tanto, che due illustrazioni della nostra lettera-