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stiche, dedicava la sua opera ad altro ideale per lei quasi incomprensibile: l’arte e l’educazione. Io, per mia parte, senza riflettere che la timidezza e l’apatia della mia povera sorella si dovevano forse alla sua straordinarìa gracilità di fibra e al suo fondo patologico, m’irritavo meco stessa nel vedere una donna così assolutamente priva di energia, così incapace di pronte risoluzioni. Ma la grave malattia rilevò tutti i tesori d’amore e di gentilezza che eran chiusi nella bell’anima della povera Egle e mi fecero accorta — troppo tardi — che angelo fosse quella cara donna. Nelle ultime settimane di vita, su lei, come tutti i tisici; era aumentata straordinariamente la sensibilità. Le sue facoltà di intuizione che durante la vita m’erano parse così scarse, e così povere, si affinarono prodigiosamente. Ella mi assediava di domande 5 di quelle domande così terribilmente suggestive a cui è difficilissimo rispondere. I tubercolosi hanno una memoria molto forte: si direbbe quasi che mentre l’organismo si consuma lentamente sotto l’azione del male le forze si adunino tutte nel cervello. Volendoli quindi tenere in calma sul conto della loro salute è necessario rispondere abilmente a ogni loro interrogazione, anche astuta. Un momento di squilibrio intellettuale e tutto è perduto. Mi ricordo che la povera Egle, paurosa forse della morte, e sospettando la gravità della malattia, ricorse alla più terribile delle prove, invitandomi a mangiare quelle stesse vivande delicate e gustose ch’ella appena spelluzzicava. L’esitazione non era possibile. Bastava che la povera malata avesse scorto nel mio viso un’espressione, anche fuggevole, di spavento o di disgusto, perchè le fossero avvelenati dalla disperazione anche quegli ultimi giorni