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e d’altro vi fosse da fare. Ma, in primo luogo, è ormai frutto d’esperienza acquisita a tutti i filologi che l’approfondimento del- l’interpretazione di un testo consente sempre una migliore lezione critica di esso: e nel nostro caso questo passo avanti era indispen- sabile nei riguardi dell’ interpunzione, tanto necessaria alla chiara intelligenza di un poeta così spesso involuto e oscuro, ma dal Ferri mantenuta ancora affatto estrinseca al significato delle laude e delle loro movenze liriche o riflesse (0. Poi, non sempre il Ferri nell’edizione del 1915 fu esatto interprete della stampa bonaccor- siana da lui esemplata nel 1910; alla quale in piú luoghi, sebbene si trattasse di minimi particolari, ho creduto opportuno ritornare, come ora si vedrá. La mia revisione concerne dunque anzitutto l’interpunzione, che ho interamente rifatta con la massima cura e spero con esito adeguato alle esigenze della nuova critica iaco- poniana (2); in secondo luogo la scrupolosa osservanza del criterio a cui era e resta ispirata la nostra edizione, e cioè del rispetto assoluto al testo bonaccorsiano; in terzo luogo, l’eliminazione di alcune mende tipografiche sfuggite al Ferri, e di poche altre an- cora che sono evidenti nella stessa stampa del Bonaccorsi. Infine, ho introdotto la numerazione dei versi in corrispondenza delle partizioni liriche. (1) Come giá ebbe a rilevare il Russo, Problemi cit., p. 35: proponendo anche un esempio di correzione a LVII 3, 6, che ho accolto. E osserva (ivi) giustamente il R.: «Il testo delle Laudi non è difficile per il vocabolario, ma per la sua anima- tissima sintassi, che si potrebbe dire una sintassi di tipo effettivo piú che logico; e per intendere la quale non basta solo dottrina grammaticale e linguistica, ma finezza di intuito umano e poetico». (2) Di molto giovamento in ciò mi sono state le lezioni adottate dal Casella e dal Sapegno nell’interpungere i passi da loro via via citati. Nei quali il Casella arreca altresi importanti, e tutte ragionevolissime, correzioni: ma esse riguardano quasi generalmente una ricostruzione critica del testo che qui non era il luogo di adottare. Ho anche resistito quasi sempre alla tentazione di ritoccare le parole in rima: ma in ciò credo anche di aver rispettato la caratteristica promiscuitá di rima e assonanza propria di Iacopone. E la stessa considerazione vale per tutti i casi per cui un pie-: colo mutamento rimetterebbe a posto la metrica, ma troppo facilmente solo secondo le nostre teorie e il nostro orecchio. Come si possa esagerare nell’uno e nell’altro senso fino a toccare i limiti dell’errore, si può vedere nella veste lessicale e metrica data dall’Alunno alle laude da lui presentate nella seconda parte del suo citato vo- lume. — Per la determinazione, in via analogica, di questi criteri sono da vedere anche i recenti studi di G. M. Monti, Un laudario umbro quattrocentista dei Bianchi (Todi, «Atanor», 1920), e del p. Nicola Cavanna, «Del beato frate Iacopone da Tode», vita e laude contenute nella «Franceschina» del p. Giacomo Oddi, codice ined. del sec. XP (Assisi, tip. della Porziuncola, 1926).