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Non si potè reggere l’Agrò: senz’alcuna pietà por il povero padre mezzo cieco, lì presente, ebbe parole di fuoco per quel tristo che gli faceva patire un così grave smacco, là, nella sua stessa cittadella.

Roberto Auriti tentò più volte d’interromperlo, s’affrettò poi a consolare l’amico, il quale dapprima s’era levato in piedi, inorridito, lì lì per lanciarsi su quella lettera e su l’Agrò, poi s’era lasciato cader di peso su la seggiola, rompendo in singhiozzi, col volto tra le mani.

— Ma sarà una calunnia, Rosario.... una calunnia, vedrai! Tuo figlio avrà agito in buona fede, credendo d’interpretare il mio pensiero.... Difatti, tra i due, tra il Capolino e quello Zappalà, via! meglio che i voti siano andati al Capolino.... Ha stimato insostenibile da parte mia la lotta.... e....

— No.... no.... — muggiva tra i singhiozzi Rosario Trigona, inconsolabile.— Infame! Infame!

Per fortuna, sopravvenne Mauro Mortara, che da Valsanìa s’era recato a Colimbètra per accordarsi col Principe circa alla sua andata a Roma. Non sapeva nulla delle elezioni. Accolto con festa da Marco Sala, dal Ceràulo, dal Cangi, i quali non lo vedevano da tanto tempo, scostò tutti con le braccia e quasi s’inginocchiò innanzi a Donna Caterina, prendendole una mano e baciandogliela più e più volto; abbracciò poi Roberto e si chinò a baciarlo al suo solito in petto, sul cuore.

— A Roma! — disse. — Sapete? Vengo a Roma! Ma il suo giubilo non trovò eco: tutti erano ancora sconcertati e commossi dal pianto del Trigona.

— Oh, don Rosario! — esclamò Mauro. — E che avete? Perchè?

Guardò tutti in giro e appuntò gli occhi sul canonico Agrò che appariva il più scuro e il più turbato.