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Finì di tirarla fuori tutta, mogia mogia, por ripiegarla a modo e riseppellirla coi debiti riguardi. Tentennò il capo; sospirò:

— Vero peccato! vero peccato! Chi sa che, invece di Monsignor Montoro, non sarebbe Lei a quest’ora vescovo di Girgenti...

— Sarebbe stata fresca la diocesi! — borbottò don Cosmo. — Buttatela via, giù!

S’era turbato alla vista inaspettata di quella tonaca, spettro della sua fede giovanile, fervidissima. Vuota e nera come quella tonaca era rimasta di poi l’anima sua! Che angosce, che torture gli resuscitava....

Con gli angoli della bocca in giù e gli occhi chiusi, don Cosmo s’immerse nelle memorie lontane e tuttavia dolenti della sua gioventù tormentata per anni dalla ragione in aspra lotta con la fede. E la ragione aveva vinto la fede, ma per naufragare poi, in quel nero, profondo, disperato scetticismo.

— C’era o non c’era? — gli disse donna Sara alla fine, parandoglisi davanti con la napoleona su le braccia protese.

Don Cosmo fece appena in tempo a indossarla. Uno degli uomini di guardia (ne erano venuti otto, alla spicciolata, da Colimbètra, in gran tenuta) entrò di corsa ad annunziar l’arrivo di Monsignore.

Don Cosmo tornò a sbuffare; volle alzar le braccia per esprimere il fastidio che gli recava quell’annunzio; ma non potè: la napoleona....

— Giusta! attillata! dipinta! — lo prevenne donna Sara.

— Dipinta un corno! — gridò don Cosmo. — Mi serra! mi strozza!

E scappò via.

Sperava che arrivasse per ultimo il Vescovo e