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sotto la città. Non si curava più da un pezzo di ciò che la gente pensava nel vederla nella carrozza del Salvo. Era ormai cosa risaputa. Del resto, anche qua, le apparenze in certo qual modo erano salvate dalia parentela che Capolino aveva avuto col Salvo e dall’ufficio ch’ella rappresentava presso la figlia di don Flaminio.

L’audacia aveva sfidato la malignità e, se non vinta del tutto, la aveva costretta a tacere e a far di cappello in pubblico; a spettegolare solo in privato, ed anche con una certa filosofica indulgenza. Perchè la filosofia ha questo di buono: che alla fine dà sempre ragione a chi, comunque, riesca ad imporsi.


Le mani avanti.


Villa Salvo era situata in alto, aerea, e dominava il viale tagliato su la collina dal lato meridionale. Vi si saliva per ampie scalee, che superavano l’altezza con agevoli fughe. A ogni ripiano, su i pilastrini, eran quattro statue d’arcigna bruttezza, che certo non facevano buona accoglienza ai visitatori, nè si congratulavano molto con essi della branca superata. Si godeva però di lassù la vista incantevole dell’intera campagna tutta a pianure e convalli e del mare lontano.

Prima di salire al piano superiore de la villa, Nicoletta corse diviata allo studio del Salvo a pianterreno; ma s’arrestò d’un tratto su la soglia, vedendo ch’egli non era solo.

— Avanti, avanti, — disse, inchinandosi, Flaminio Salvo, che stava in piedi davanti alla scri-