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adesso in Sicilia! Rivelazione improvvisa, prodigiosa!

Lino Apes, ascoltandolo, si tirava i baffi fino a strapparseli, per tenere a freno il sorriso. Egli, nelle sue lettere a Lando, chiamava Cataldo Sclàfani il Messia dei Fasci.

Nel terzo crocchio Nicasio Ingrão, tozzo, rude, con un’atra voglia di sangue porrosa, che gli prendeva mezza faccia, parlava coi deputati, arrotondando alla meglio il dialetto nativo, e balzando con strana mimica da una sconcia bestemmia a una ingenua invocazione infantile; parlava della crisi dell’industria zolfifera in Sicilia e della spaventevole miseria dei solfarai già da alcuni mesi in isciopero forzato.

Un compagno, direttore del Fascio di Comitini, si provò a far sapere a quei deputati quanto l’Ingrão, proprietario di terre e di case in Aragona, avesse fatto e facesse per quei solfarai, per impedire che trascendessero a rapine, incendii e tumulti sanguinosi; ma l’Ingrão gli saltò addosso e gli turò la bocca, minacciando di attondarlo con un pugno, se seguitava.

Celsina Pigna, dal posto in cui si teneva appartata, scoppiò a ridere a quel violento gesto burlesco, e l’Ingrão le domandò, ridendo anche lui:

— Lo uccido, signorina?

Nei tre crocchi tutti gli altri isolani, giovinotti dai venti ai trent’anni, sentendo parlare quei tre capi più in vista, gonfiavano d’orgoglio, si intenerivano fin quasi alle lagrime. Eran certi, nella loro sincera fatuità giovanile, di rappresentare una parte nuova nella storia, pur li a Roma. Avevan veduto innanzi a quei tre duci del Comitato centrale migliaja di donne, migliaja di contadini, intere popolazioni dell’isola in delirio, gettar fiori, proster-