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era in preda, gli restava dinanzi con fredda e accigliata perplessità:

— Non sapete chi sono io? — aggiunse. — Sono Mauro Mortara. Morì qua, tra queste braccia, vostro padre, con una palla in petto, qua sotto la gola. Aveva al collo il fazzoletto, e una cocca gli era entrata nella ferita: non poteva parlare; con codesti vostri occhi, nell’agonia, mentre lo sorreggevo, mi raccomandò il figliuolo, vostro fratello, che io scostavo col gomito, coprendo con tutta la persona il corpo di vostro padre caduto, per non farglielo vedere....

Giulio Auriti si premè forte ambo le mani sul volto e scoppiò in singhiozzi. Lando, conoscendo la rigida tempra del cugino, il dominio freddo che aveva di sè stesso, si voltò a guardarlo, turbato e costernato. Gli s’accostò; gli posò una mano su la spalla:

— Giulio!

— Avreste fatto meglio a lasciarglielo vedere! — disse allora questi, rivolto a Mauro, riavendosi d’un tratto, al richiamo. — Gli sarebbe rimasto più impresso. Era troppo piccolo! E piccolo è rimasto. Piccolo e cieco. Ho da parlarti, — aggiunse poi, rivolgendosi a Lando, e con la mano si strinse gli occhi, quasi per portarne via ogni traccia di pianto.

Mauro non intese, non comprese nulla: con gli occhi fissi nella lontana visione della battaglia, scosse il capo a lungo, sospirò:

— Bella morte! Bella morte! Può piangerla un figlio; ma a pensarci, è una festa. Una festa era per noi morire! Che morte faremo adesso? Vecchi, sporcheremo il letto.... Basta; me ne vado. È in casa don Roberto? Voglio andare a salutarlo. Ho visto